I CONCERTI DELLE LOGGE
VIII Edizione
Logge di Santa Chiara
Imperia Porto Maurizio
30 luglio - 2 agosto 2009
Per l'ottavo anno consecutivo l’ormai atteso appuntamento con l’evento dedicato alla musica classica ‘I concerti delle Logge’ vedrà molti prestigiosi nomi del panorama artistico nazionale e internazionale esibirsi nella splendida cornice delle incantevoli Logge di Santa Chiara.
Le serate sono come sempre organizzate dall’UCAI (Unione Cattolica Artisti Italiani), dall’assessorato al Turismo e Manifestazioni del Comune, la Confraternita di San Pietro in collaborazione con la Prefettura d’Imperia e la Provincia d’Imperia, l’Azienda Speciale della Camera di Commercio, la Polizia di Stato e l’Associazione Pantà Musica-Amici della Musica. Il primo concerto si terrà giovedì prossimo, per proseguire venerdì e quindi sabato e domenica.
In ordine d’apparizione nelle quattro giornate si esibiranno rispettivamente: Carlo Aonzo, mandolino ed Elena Buttiero, clavicembalo in Il mandolino italiano nel Settecento; Roberto Metro ed Elvira Foti al pianoforte in Franz Listz: rapsodie ungheresi per pianoforte a quattro mani; Tiziana Ducati, soprano e Koh Matsuo, baritono accompagnati al pianoforte da Alessandro Magnasco in Canzone Giapponese su musiche di Vincenzo Bellini, Giuseppe Verdi, Wolfgang Amadeus Mozart, Umberto Giordano e Giacomo Puccini; per l’ultima serata il flauto di Giuseppe Nova e il pianoforte di Giorgio Costa in una fantasia di brani tra passato e presente di Gaetano Donizetti, Jules Massenet, Franz Schubert, Ferenc Doppler, Ryuichi Sakamoto, Gabriel Fauré, Francois Borne e George Bizet.

MARINO MAGLIANI
LA TANA DEGLI ALBERIBELLI
LONGANESI, 2009
Presentazione del volume
Bar Atù
Lungomare Argentina 20 - Bordighera
giovedì 30 luglio 2009, h. 18,00
Giovedì 30 luglio, alle 18, presso il Bar Atu', lungomare Argentina, a Bordighera, avrà luogo, per i consueti incontri estivi della libreria AmicoLibro, l'incontro con lo scrittore di Dolcedo, Marino Magliani, autore di diversi romanzi fra i quali: “L'estate dopo Marengo”, ed. Philobiblon, “Quattro giorni per non morire”, ed. Sironi, “Quella notte a Dolcedo”, ed. Longanesi. A presentare il suo ultimo libro “La tana degli Alberibelli”, ed. Longanesi, interverranno Alberto Pezzini e Corrado Ramella.
La città di Santaleula vista dal mare sembra un galleggiante che appare e scompare e che qualche pescecane sta per divorare. Siamo in Liguria, nelle Terre di Ponente. È qui che un Bureau antifrode europeo ha mandato un suo agente, Jan Martin Van der Linden, a investigare sui fondi dirottati per costruire un porto turistico, che si annuncia il più grande del Mediterraneo. Un raffinato sistema di scatole cinesi che copre manovre finanziarie illecite. Un boccone che fa gola a molti. Dopo la morte dell'agente con cui Jan Martin comunicava in segreto, l'ordine è: attendere e continuare il lavoro che gli serve da copertura, la ricerca di un oggetto abbandonato da due disertori nella battaglia di Marengo. Ma Jan Martin non obbedisce e scoprirà invece che l'area carsica in cui sta compiendo le sue ricerche nasconde ben altri segreti. Nella Tana degli Alberibelli, un partigiano cattolico di nome Iliev, prima di essere ucciso, ha lasciato strani segni che nessuno finora è riuscito a decifrare. Ma cosa c'entra tutto questo con il porto turistico e il suo collega morto? E chi è la donna misteriosa di cui parlano i vecchi in paese? Intanto qualcuno lo segue a bordo di una Volvo bianca, mentre fotografie compromettenti spariscono e una piccola testa di legno viene lasciata davanti alla sua porta. Anche un giornalista che indagava prima di lui è stato seguito e poi ucciso. La faccenda si complica.
SANDRA CAVALLERI
ANNA CORTI
TRA MATERIA E COLORE
Oratorio di Santa Caterina
Piazza Santa Caterina - Cervo
dal 28 luglio al 9 agosto 2009
Tra materia e colore, elementi inseparabili,esplorati da due artiste che,da anni portano avanti un discorso che le accomuna.
Anche se apparentemente molto diverse,le loro opere trovano un comune denominatore,nella luce e nell'energia che rende inscindibile la materia dal colore,la stessa che pervade i drappeggi vibranti della Corti,che crea quadri e installazioni dove il colore è protagonista e le figure in atteggiamento estatico della Cavalleri,ceramista e scultrice,più interessata alla materia.

Rassegna "Just like a woman" 2009
MANHATTAN TRANSFER IN CONCERTO
Complesso monumentale del Priamar
Cor5so Mazzini - Savona
martedì 28 luglio 2009, h. 21,30
Si chiude la rassegna musicale Just Like a Woman 2009, la manifestazione organizzata da Energie Multimediali con il patrocinio e la collaborazione del Comune di Savona, della Regione Liguria (Assessorati alla Cultura ed al Turismo) e grazie al sostegno di Costa Crociere, in qualità di main sponsor e di Radio Savona Sound e Savonanews.it come media partner.
Alle 21.30, alla Fortezza del Priamar, si terrà il concerto del quartetto Newyorkese Manhattan Transfer (ingresso a pagamento, biglietteria aperta dalle ore 19.30. per info www.energiemultimediali.it).
Il primo album del gruppo, del 1971, si intitolò Jukin' e fu un discreto successo. Qualche settimana dopo, Hauser incontrò ad un party Janis Siegel (Brooklyn, New York 1952) e, sebbene lei facesse parte di un altro gruppo musicale, la convinse ad entrare a far parte del suo.
Dopo qualche tempo, Hauser conobbe il talento artistico di Alan Paul (Newark, New Jersey 23 novembre 1949), in quel periodo tra i protagonisti a Broadway del celebre musical Grease. Quando Alan Paul accettò di far parte del gruppo di Hauser, I Manhattan Transfer erano finalmente una band vera. La band inizialmente si occupò prevalentemente di riproporre classici del jazz degli anni 40. La loro cover del 1977 di Chanson D'Amour, arrivò al primo posto nel Regno Unito.
La scalata al successo iniziò con l'album del 1975 The Manhattan Transfer, anche se fu un successo soprattutto europeo. I successivi album Coming Out (1976), Pastiche (1978) e The Manhattan Transfer Live (1978) ottennero ancora un buon successo. Nel 1978 Laurel Massè ebbe un gravissimo incidente stradale e decise di lasciare il gruppo (successivamente avrebbe ricominciato a cantare, ottenendo un buon successo da solista). La Massè fu sostituita dalla bellissima voce di Seattle, Cheryl Bentyne (1954).
Nel 1979, con l'album Extension, il gruppo raggiunse il definitivo successo, ribadito dal successivo Mecca for Moderns del 1981. Un approccio più jazzistico si rivelò in Bodies and Souls del 1983 e fu ancora più marcato nei due lavori successivi, Vocalese e Bop Doo Wopp del 1985. Vocalese ricevette 12 nominations ai Grammy Awards.
Del 1987 fu l'album Brasil che ebbe un successo mondiale di grande rilevanza. Nel 1992, il gruppo tentò una revisione del proprio stile con l'album The Offbeat Of Avenues. Sono seguiti, poi, numerosi album live, raccolte ed alcuni successi come Tonin' del 1995, Swing del 1997 e, soprattutto, Vibrate del 2004.
The Manhattan Transfer è un gruppo che, ancora oggi, mantiene un buon successo sia di vendita che nei concerti.

BELLE ARTI - DAL SEGNO AL CONCETTO
a cura di Carlo Pizzichini e Mauro Baracco
- Circolo Culturale Eleutheros
Via Colombo 23 - Albissola Marina
- Studio Fontana
Pozzo Garitta - Albissola Marina
dall'1 al 19 agosto 2009
Il Circolo Culturale Eleutheros di Albissola Marina presenta "Belle Arti - Dal segno al concetto" con la presenza delle opere di Giusy Barsottelli, Claudia Cerrai, Pongpan Chantanamattha, Xhevaire Gjishti, Gabriele Panico, Marco Kaserer, Umberto Romboni, Matteo Tenardi, tutti allievi del Prof. Carlo Pizzichini docente del corso di Tecniche della Pittura del Dipartimento Arti Visive dell'Accademia Statale di Belle Arti di Carrara.


DIECI OPERE PER UN DECENNALE
Giardino Museo della Fondazione Giuseppe Mazzotti
Albissola Marina
sabato 25 luglio 2009
sabato 25 luglio 2009 la Fondazione Giuseppe Mazzotti 1903 presenta le nuove opere del Giardino Museo.
Precede la Compagnia dell’Immaginario con lo spettacolo teatrale “FU TU RI SMO … resta indiscusso che di giorno sono italiano e di notte russo”
Quest’anno il gres la fa da padrone. Dieci opere per un decennale
presentazione di Roberto Giannotti
Due sculture assolutamente inedite e realizzate in gres da Ylli Plaka (Albania), Silvia Calcagno e Carlos Ferrando (Italia e Spagna) sono state sistemate nel Giardino Museo e vanno a aggiungersi a quelle di più recente collocazione di Aurelio Caminati, Tullio Mazzotti, Lucrezia Salerno, Giorgio Moiso, Franco Bratta, Luciana Bertorelli e Aldo Pagliaro.
Salgono così a 154 le ceramiche disposte in questo angolo di Albisola alla foce del Torrente Sansobbia. Un giardino che, attorno al grande coccodrillo di Lucio Fontana del 1936, si arricchisce di altre opere raffiguranti lo stesso soggetto.
Infatti tre delle sculture presentate ufficialmente quest’anno raffigurano appunto coccodrilli.
Silvia Calcagno e Carlos Ferrando (2009) hanno realizzato in grés un animale, appena accennato nella forma, ricco di aculei pericolosissimi, affiorante dall’acqua; Franco Bratta (2006) ha modellato in terracotta un coccodrillo che si muove nell’erba, piccolo nelle dimensioni ma possente nella forma; Aldo Pagliaro (2008) ha invece creato, decorandolo con ossidi colorati, un feroce caimano con le fauci aperte, in agguato tra la vegetazione.
Il posizionamento di questi animali ruota intorno alla scultura madre realizzata nel '36 da Fontana e, cosi differentemente modellati, testimoniano l’ampia gamma delle potenzialità tecniche e artistiche del materiale ceramico.
Ylli Plaka (2009) ha voluto invece, per questo giardino, modellare in gres un gufo, essenzializzato dalla forma del becco e degli occhi che sono spalancati, grandi e ben attenti a vigilare dall’alto del palo dove è stato posizionato tra le foglie dell’albero di nocciole.
Il lavoro di Aurelio Caminati è del 2003, si tratta di una scultura complessa, sofferta, quasi la materializzazione di un sogno, è realizzata in terracotta con interventi cromatici a freddo.
Sempre del 2003 è l’installazione di Lucrezia Salerno. Due vasi scultura, che modellati ancora freschi diventano due visi contrapposti, quasi in discussione fra loro, ma saldamente uniti da un trave in legno che sembra equilibrare anche le loro anime.
È del 2005 il grande pannello di Giorgio Moiso, creato in terracotta, smalti, ingobbi e interventi in oro a terzo fuoco. È stato posizionato in uno degli angoli più vissuti del giardino. Infatti sovrasta il grande tavolo attorno a cui, spesso, si cena e si discute d’arte.
Tullio Mazzotti presenta due opere. La prima è un bambino in terracotta, che i lavoranti della fabbrica hanno soprannominato Pierino; si tratta di una scultura assemblata con forme pure realizzate al tornio (2003). La seconda è un cubo in oro a terzo fuoco (2006); è questa un’opera fortemente concettuale infatti all’interno di essa ci sono alcuni pezzi di ceramica non visibili che sono di esclusiva appartenenza intima e che rappresentano il nostro vissuto, mentre mazzotti4l’esterno del cubo, le superfici sono scalfite da segni di ruote di bicicletta, pavimenti, ghiaia, terreno e rappresentano le influenze che il mondo esterno lasciano su di noi, visibili allo sguardo altrui in contrapposizione ai contenuti più intimi e personali.
Chiude questa presentazione di nuove sculture l’oca che ride di Luciana Bertorelli (2007) un lavoro delicato, gioioso, con un’espressione che travalica l’animalità per avvicinarsi al sorriso, creata in terracotta è stata posizionata sull’erba poco distante da altre figure animali. Dieci nuove opere per questo Giardino Museo che è stato aperto ufficialmente nel 1999 e che quest’anno festeggia il suo primo decennale.
ANTONIO NEPITA
STEFAN SEHLER
MAMAC - Musée d’art moderne et d'art contemporain de Nice
Promenade des Arts - Nice
27 juin - 27 sept. 2009
Les compositions figuratives de végétaux de l'artiste allemand Stefan Sehler introduisent le spectateur dans un monde visuel à la lisière entre le champ pictural et celui de la photographie. Cette déstabilisation de la perception de l'oeuvre est provoquée par sa pratique d'une technique ancienne d'application de la peinture en glacis successifs au revers du support, en l'occurrence du Plexiglas.
Pour l'exposition au Mamac, Sehler expose une série de huit nouvelles oeuvres, pour certaines en grandes dimensions, proches des images en miroir données par les tests de Rorscharch. L'artiste s'inscrit dans le genre de la peinture de paysage, en restituant l'ambiance mystérieuse et lumineuse d'une nature reconstituée.
Le public aura ainsi l'opportunité de découvrir l'oeuvre acquise pour la collection du Mamac, Red Flowers (2005), une branche de fleurs d'une espèce indéterminée, alliant une grande poésie au raffinement de la technique picturale.
L'oeuvre de Stefan Sehler est dérangeante car elle déstabilise les repères du spectateur par son étrangeté et la quasi impossibilité devant laquelle celui ci se trouve à en identifier la nature. Il pense regarder une photo puis se rend compte qu'il s'agit de tout autre chose.
La surface glacée de l'oeuvre puis la profondeur de l'espace qui baigne les formes introduisent la confusion. L'oeuvre ne renferme ni système éclairant et les ombres portées ne sont pas les projections habituelles de végétaux plus ou moins fixés au revers de la surface. Il ne s'agit que d'un effet savamment rendu par l'artiste, grâce à une grande maîtrise de la peinture malgré les apparences.
Stefan Sehler s'inspire d'une technique antique de peinture sous verre. Dans ses oeuvres, le verre est remplacé par du Plexiglas dont il détourne l'usage habituel. Au lieu d'être l'élément protecteur de la surface peinte, celui qui vient en dernier mais n'intervient pas dans l'acte créateur, il devient le support de la peinture et il la conditionne.
L'artiste choisit des formes, généralement des végétaux mais aussi des paysages de montagne, jamais la figure humaine. Le processus de création de ses oeuvres est long et la tâche est méticuleuse, lente et mainte fois répétée.

RYAN GANDER
THE DIE IS CAST
Villa Arson
Centre national d’art contemporain
20, av. Stephen Liégeard - Nice
26 juin - 18 oct. 2009
La plupart des travaux de l'artiste jouent du déplacement d’objets communs, de situations ou de systèmes dans lesquels il injecte sa propre narration, souvent inexplicable.
Caractérisées par une rigueur conceptuelle, une simplicité visuelle et des textes allusifs, les oeuvres de Ryan Gander interrogent souvent les processus d’apparition et les mécanismes de perception de l’oeuvre d’art.
A l’occasion d’une résidence à la Villa Arson, d’avril à juin 2009, l’artiste va produire de nouvelles pièces en fonction de l’architecture de l’établissement, de la vie de l’école et des différentes rencontres qu’il va effectuer sur place. Ce sera également l’occasion de montrer un grand nombre de ses travaux passés qui seront pour la première fois agencés ensemble dans un parcours original.
The die is cast * Le sort en est jeté.
L' exposition s'inscrit dans la seconde édition de PLEIN SOLEIL / L'ETE DES CENTRES D'ART.
"Le plaisir de lire"
PAOLO VILLAGGIO
STORIE DI DONNE STRAORDINARIE
Villa Nobel
Corso Cavallotti 116 - Sanremo
mercoledì 22 luglio 2009, h. 21,30
Primo, atteso appuntamento per “Le Plaisir de Lire”, la rassegna letteraria nel “giardino” di Alfred Nobel, che anche quest’anno propone una serie di importanti eventi culturali.
La serata di mercoledì 22 luglio sarà dedicata a un personaggio di grande notorietà: Paolo Villaggio. L'attore/autore presenterà - nell’incontro condotto da Claudia Claudiano - il suo ultimo volume, intitolato “Storie di donne straordinarie”.
Il prossimo appuntamento, in programma sabato 01 Agosto alla stessa ora, sarà con un altro nome di prestigio. Interverrà, infatti, Paolo Giordano, fenomeno letterario della scorsa stagione col suo “La solitudine dei numeri primi”, vincitore del Premio Strega 2008.
“Le Plaisir de Lire” è promosso dalla Provincia di Imperia; l’organizzazione è a cura di Angelo Giacobbe e Claudia Claudiano.
La prende alla lontana, Paolo Villaggio, questa controstoria tutta al femminile delle donne che hanno fatto grandi imprese e che hanno reso grandi i loro compagni di vita. Con la consueta, lucida ironia, e il suo sarcasmo tagliente, il comico genovese inizia col ritrarre Eva, le sue passeggiate nel giardino dell’Eden in compagnia di un Adamo un po’ sorpreso, un po’ turbato, da quella insolita, gentile presenza. Dopo una fantozziana cacciata dei due amanti dal Paradiso terrestre, Villaggio nel secondo quadretto ci porta in Egitto, 1200 anni prima di Cristo. Nel regno dei faraoni lavoravano gli schiavi ebrei sottomessi e strappati alla Galilea. Miriam, mamma di Mosè, costretta ad abbandonarlo nelle acque del Nilo e poi nutrice, madre in seconda alla corte della principessa Nefti, vede crescere il figlio adolescente, e il suo maggior cruccio è che non “si faccia troppe canne”. Le raffigurazioni sono condite di battute e paragoni con i nostri tempi, il racconto umoristico prosegue con Maria, a Nazareth, intenta a crescere suo figlio e a difenderne la sensibilità e la creatività rispetto ai coetanei che fanno i falegnami. È una madre dolce e protettiva, proprio come quella di san Francesco, Juliette, che viene ritratta in Assisi mentre è decisa a trasformare il figlio, che tutti ritenevano uno squilibrato, nel “più italiano dei santi e nel più santo degli italiani”.
La tesi sostenuta da Paolo Villaggio in questo suo ultimo libro è quindi che “molti grandi uomini erano dei mediocri, solo che avevano dietro delle donne straordinarie”. Per avvalorare questa conclusione l’autore ha riunito questa serie di racconti che mostra ciò che la Storia, troppo spesso “maschilista”, tiene nascosto. Così, secondo l’autore, anche personaggi come Dante, Beethoven, Proust, Hitler, Mussolini, tramandati a noialtri come “grandi”, erano tutti dei deboli di scarso intelletto, però sempre aiutati e spinti dalle donne che avevano accanto: la mamma, la zia, l’amante.
Paolo Villaggio, a settantasette anni, dopo aver interpretato al cinema la serie di personaggi che gli dettero fama (Fantozzi, Fracchia, il professor Kranz) per vestire i panni del narratore di nostalgie e di amici scomparsi, ci regala un nuovo libro di intelligenza acuminata e scrittura eccessiva, grottesca.
ROSE. PUREZZA E PASSIONE NELL'ARTE DAL 400 AD OGGI
a cura di Andreina d’Agliano e Alberto Cottino
Il filatoio
Via Matteotti 40 - Caraglio
dal 27 giugno al 25 ottobre 2009
Mistica e carnale, simbolo della Passione ma complice di ben altre passioni.
Attributo di Venere così come della Vergine Maria. Se abbinata a Santa Rita ricorda un grande miracolo, ma per i veneziani è semplicemente il “bocolo”, strumento per innamorati un po’ sognatori. Ha dato il nome alla pia tradizione del Rosario ma per Carlo Magno era un fiore tanto bello e perfetto da decretarne ufficialmente la coltivazione nei giardini di tutto il suo Impero.
Tutti, almeno una volta nella vita, l’abbiamo offerta, o ricevuta, rigorosamente rossa, si trattasse di dichiarare la nascita di un amore o di riprenderne le fila dopo un qualche incidente di percorso.
È un simbolo così forte di bellezza ed eternità che non pochi grandi uomini e meravigliose donne l’hanno tanto amata da volerle dare i loro nomi e cognomi. È lei, la rosa, non a caso “la Regina di tutti i fiori”.
Dal 28 giugno e sino alle brume autunnali il culto della rosa avrà un suo tempio: il Filatoio Rosso di Caraglio, luogo di singolarissima malia, la “casa delle seta” che sembra uscita dalla fantasia di un cartonista hollywoodiano e che invece da tre secoli domina l’ingresso della Val Grana, una delle meravigliose valli che portano l’estremo cuneese a lambire il Parc Natural de Mercantour, nella contigua Francia.
Di mostre dedicate alla rosa nel mondo se ne propongono oltre 20 mila ogni anno ma nessuna potrà mai essere come quella di Caraglio. Qui infatti la rosa trionferà non come piccolo arbusto da inserire nel proprio giardino ma come oggetto-soggetto della grande arte e delle arti cosiddette applicate, in un sontuoso, fantastico excursus che partirà dal tardo Medio Evo per confluire all’oggi. Avremo rose dipinte, scolpite, trasformate in gioielli o in vetrate, persino in poltrone, rose protagoniste di pale d’altare, di quadri intimamente devozionali, di allegorie e baccanali, soggetto di pannelli decorativi per privatissimi boudoir, ma anche di piatti, servizi da té, argenterie preziose, stoffe…
Andreina d’Agliano e Alberto Cottino, curatori della grande mostra, hanno dovuto scegliere precise linee di lavoro: il tema della rosa nell’arte è talmente vasto da rischiare di ridurlo a genericità. Di qui la scelta di individuare precisi ambiti di ricerca, corredandoli con opere di altissima qualità, veramente emblematiche del tema di sezione in sezione individuato. Determinante, per garantire il livello davvero altissimo alla mostra, è stata la collaborazione “nel nome della rosa” di molti tra i maggiori musei italiani e non solo.
Il percorso segue un ordine tematico e cronologico. Si parte dal tema della “Rosa Mistica” ricordando come la rosa del Paradiso Terrestre fosse senza spine, cresciute solo dopo la cacciata di Adamo. Se il colore rosso ricorda il sangue di Cristo, i cinque petali e le spine richiamano la sua Passione e morte. Senza spine è la rosa bianca che rappresenta la purezza virginea della Madre di Dio. Ma, nella tradizione ebraica, la stessa rosa, bianca e senza spine, arrossisce di vergogna e mette gli aculei dopo aver assistito alla disobbedienza di Adamo.
Dalla rosa mistica alla rosa profana. Ed ecco il fiore accompagnare il ritratto di dame, simbolo della vanità e della bellezza, a richiamare Venere e Amore, talvolta fiore singolo tenuto in mano, più spesso profluvio di fiori, tanto da dare alla rosa e non alla dama il vero ruolo di protagonista.
La rosa è sempre stata caricata di significati allegorici ed eccola come Flora o come simbolo della caducità della bellezza. Ambivalente fiore: la rosa è rinascita, sbocciare di nuove forze e memento dell’ineluttabilità della morte, dell’Amor Sacro e dell’Amor Profano, come nell’omonima opera di Tiziano.
Ma l’esplosione della rosa, la “rosamania” collettiva risale all’Ottocento ed è vera, piacevole epidemia: naturale che la pittura, ma anche le arti decorative ne siano influenzate, con esiti spesso altissimi. Si amano i fiori e si indaga il loro linguaggio simbolico, fattori, entrambi, che portano ad un aumento dell’elemento floreale sia nei mobili sia nelle arti applicate. In pittura la rosa viene associata alla passione giungendo, verso il finire dell’Ottocento, ad una pittura che suscita visioni oniriche animate di enigmi e mistero, con un simbolismo estetizzante che si avvale di elementi decorativi naturalistici e floreali, di rose in particolare.
Un capitolo della mostra è dedicato, non a caso, all’art nouveau che, come il successivo dèco affonda le radici in un naturalismo che ha nei fiori prototipi amatissimi Lo si evidenzia nelle arti applicate dove l’attenzione al magnifico fiore non mostra cedimenti continuando anche oggi ad influenzare designers e stilisti.
Tutto per la gioia degli infiniti adepti del meraviglioso, coinvolgente, eterno culto del più bel fiore del mondo.

ROBERT LONGO
MAMAC Nice
Promenade des Ats - Nice
27 juin - 29 novembre 2009
Le musée d’Art moderne et d’Art contemporain de Nice s’attache à traduire dans sa programmation une approche des grandes figures de l’art d’aujourd’hui tant en Europe qu’aux Etats-Unis. La constitution de son fonds permanent tient compte de cette stratégie : de là, le choix des œuvres du domaine consacré à l’art américain des années 60 : Frank Stella, Morris Louis, Richard Serra, Kenneth Noland, ou Ellsworth Kelly ; de là aussi l’alternance des expositions temporaires menées autour des personnalités les plus marquantes de la scène artistique d’Outre-Atlantique : Mark di Suvero, Man Ray, Jim Dine, Robert Indiana, Donald Judd, Tom Wesselmann, Robert Rauschenberg, Adolph Gottlieb ou l’Expressionnisme Abstrait. Il existe des résonances profondes historiques et esthétiques entre les mouvements d’arts plastiques en Europe et aux Etats-Unis, reflétant ce qu’il y a d’essentiel dans l’être humain impliqué dans la société moderne occidentale. Quant aux divergences, elles apparaissent spontanément dans la confrontation des œuvres au regard du spectateur qui en tire sa propre réflexion.
Sur la scène artistique américaine contemporaine Robert Longo se démarque par la puissance de son expression, en partie grâce à la technique composite qu’il utilise, dans laquelle entre abondamment l’usage du crayon au graphite, en partie par les sujets qu’il aborde. De tout temps, l’artiste, par le biais de la commande ou spontanément, souvent comme malgré lui, a traduit les problèmes profonds existentiels de la société dans laquelle il évoluait ; il en est de même avec Robert Longo, dont l’œuvre immense, forte, dramatique, nous oblige à une réflexion sur notre monde contemporain.
Dès sa prime jeunesse Robert Longo est fasciné par l'univers médiatique, le cinéma, la télévision, les magazines et les bandes dessinées. Il pratique avec une égale réussite la sculpture, la photographie, la performance ou l’art vidéo. Il est aussi musicien, une guitare basse, au sein du groupe de sa compagne Barbara Sukowa, X PATSYS. C’est d’ailleurs la thématique retenue pour une de ses œuvres les plus récentes proposées dans l’exposition.
Pour l’exposition de Nice, son choix et celui du commissariat se sont portés sur les séries les plus fameuses de son œuvre, celles qui ont fait sa notoriété internationale, celles qui ont le plus fortement marqué la critique et le public. On y retrouve les Combines, les œuvres sur papier au crayon graphite et au fusain, des sculptures. Les Men in the Cities des années 80 restituent la solitude de l’habitant des villes dans ces silhouettes dégingandées contorsionnées en des attitudes bizarres, sous l’impact de balles imaginaires, qu’on ne peut s’empêcher de rapprocher d’un célèbre Jugement dernier. Mais est-ce au tribunal suprême qu’elles sont convoquées ou à une danse macabre ? L’uniformisation de leur vêture les rend inidentifiables, l’absence ou l’imprécision des visages les dissimulant mieux que ne le ferait un masque. Les Combines allient différentes images de l’actualité la plus tragique selon le principe de l’assemblage d’images tel que Robert Rauschenberg en a donné maintes propositions jusque dans ses dernières réalisations. Les Vagues (Monsters) sont des incidents uniques de paysage, spectaculaires et grandiloquents, concentrant en une seule image la quintessence de la notion de nature, une nature par définition incontrôlable et dangereuse. Elles sont des extrapolations de paysages, des focalisations sur des détails, plus significatives encore par leur échelle exceptionnelle au regard de la technique graphique utilisée ; elles s’en approchent et dans un lieu aussi feutré que le sont un musée ou une galerie, l’effet en est saisissant, incommensurable. Les champignons nucléaires, sublimes, atroces, sont à mettre en parallèle avec la rose au faîte de sa maturité : leur explosion et l’éclosion de la fleur sont une seule et même formulation sémantique, celle du phénomène essentiel du déroulement de la naissance à la splendeur maximale, puis à la mort ; celle de la beauté mortifère, celle du schéma de la vie quelle qu’elle soit, et qui recèle en germe la prescience de la fin.
Bodyhammers, Black Flags - à la fois effigies de la nation américaine et dénis écologiques des compagnies pétrolières - et Combines, font partie de la position critique très affirmée de Robert Longo vis-à-vis de la politique intérieure et extérieure de son propre gouvernement : l’usage des armes pour une protection individuelle et les débordements que l’on connaît, l’impérialisme militaire des Etats-Unis, l’hégémonie du pouvoir financier des producteurs de carburant, les effets conjugués sur une population ressortissante asphyxiée ou aliénée… un mental aliéné qui sourd des images terribles du Freud Cycle. L’univers intérieur qui s’y définit est une conséquence de tout ce qui précède. Il porte la marque ineffaçable d’un quotidien agressif et d’une réalité masquant sous la plus somptueuse magnificence les symptômes affreux de la guerre et de la pestilence.
Le choix de la technique n’est pas non plus anodin. Si Robert Longo adopte le crayon au graphite ou le fusain sur papier, c’est parce qu’il peut jouer sur la gamme des noirs pour dramatiser son expression. Les noirs profonds et brillants du graphite, son aspect visuellement presque velouté, la souplesse plastique de son rendu, majorent la vivacité du trait, lui confèrent une majesté imposante : imposante aussi la dimension monumentale de certaines de ses œuvres, contrastant avec la petitesse traditionnelle du médium. Lorsqu’on remonte dans l’histoire du dessin et a fortiori du papier, on sait que le dessin, et la gravure qui lui est liée, étaient réalisés sur un support aux dimensions contraintes par les impératifs techniques de la presse à papier. Aussi, toute l’histoire du dessin s’est-elle accomplie globalement sur des formats réduits. Le fait que Robert Longo ait privilégié une échelle monumentale introduit un différentiel conséquent. Le rendu des visages d’enfant ou des roses est bien évidemment plus percutant. De même, les Bodyhammers, dont la représentation n’a rien à voir avec l’objet réel, voient leur impact décupler. L’omniprésence du noir, l’insistance, presque l’hégémonie de cette non-couleur, nous renvoie aussi aux œuvres du XVIIe baroque, et en particulier en Hollande, où les diktats de la Réforme en avaient fait la tonalité nécessaire à l’expression du drame.
Les Sleeping Children racontent l’univers fantasmagorique des contes de fées que nous avons tous entendus et lus avec délices. Longo joue de ce besoin délicieux inhérent à la construction mentale qu’est le ressenti de la peur et qu’on connaît, à peine a-t-on quitté le sein maternel. A partir d’un conte allemand, Der kleine Hävelmann de Theodor Storm, qu’il lisait à son plus jeune fils Joseph, il met en scène dans d’immenses portraits surdimensionnés au graphite, l’innocence enfantine, sa pureté, comme des pages blanches où doivent s’inscrire un jour les traces de la vie. La juxtaposition dans un même espace des visages enfantins endormis et des champignons nucléaires ou autres images tumultueuses fait figure de mise en garde : comment peut-on admettre de faire naître des enfants dans un monde tel que le nôtre, soumis à tant d’horreurs, horreurs dont nous sommes grandement responsables ? Peut-être aussi prend-on l’habitude un peu trop souvent de s’abstraire dans un sommeil profond pour ne pas être atteint ni même concerné par une réalité dérangeante. La métaphore est perturbante dans sa réalité crue et nue. Mais il n’est rien de doux et de suave dans ce manifeste à l’échelle de l’œuvre d’une vie.
Au fond Robert Longo met en scène nos peurs viscérales, celles de l’instinct collectif et celles plus individuelles que connaît tout un chacun, et il emploie les images les plus violentes de notre environnement en contraste avec les plus lénifiantes ou apparemment inoffensives comme les roses ou les visages d’enfants endormis, pour créer les séismes susceptibles d’induire une réaction. Le cerveau humain est capable de pousser très loin ses investigations dans l’exploration des mécanismes naturels jusqu’à savoir les imiter, les transformer, recréer un succédané trompeur de la nature, mais on sait aussi à quel point les limites se franchissent facilement. Ce démiurge qu’est l’homme contemporain a besoin des limites de l’éthique et l’artiste a sa place dans les mécanismes régulateurs des dérives potentielles.
Aujourd’hui Robert Longo, américain du Nord, s’impose sur les cimaises du Mamac avec des œuvres impressionnantes de force, de qualité esthétique et de sens, car il s’agit là d’un manifeste à l’échelle universelle sur le mode de vie et d’action de l’homme contemporain et les conséquences de celles-ci. Sous les apparences sublimes d’une lame de fond ou d’une rose épanouie, se cachent les stigmates de notre société. Regarder en face les effets d’un comportement ou d’un système de pensée ne signifie pas s’y inféoder mais se donner clairement l’envie et les moyens d’y remédier, d’aller au-delà.
Gilbert Perlein- Michèle Brun
DAPHNE MAUGHAM CASORATI
a cura di Leo Lecci e Daniela Lauria
Villa Faravelli
Viale Matteotti 151 - Imperia
dal 18 luglio al 13 settembre 2009
Il Comune di Imperia, in collaborazione con alcune importanti istituzioni culturali – l’Archivio Casorati di Torino, l’Archivio d’Arte Contemporanea dell’Università di Genova e la Fondazione De Ferrari di Genova – rende omaggio a Daphne Maugham Casorati, pittrice di origine inglese formatasi a Parigi e Londra, allieva e moglie di Felice Casorati. Oltre sessanta opere (alcune delle quali inedite), dipinte e grafiche, documentano un percorso artistico sviluppatosi con originalità lungo il corso del ventesimo secolo, tra la fine degli anni ’10 e gli anni ’70.
Come ha notato il critico Luigi Carluccio, i suoi dipinti- quadri di figura e di interni, paesaggi e nature morte- sono quasi le pagine di un diario, diversamente modulate da una pennellata “delicatamente post’impressionista, quasi fauve, poi fin quasi astratta”.
Tra i paesaggi in mostra, anche il piccolo Porto di Oneglia, testimonianza del rapporto intenso e proficuo instaurato con il Ponente Ligure, dove la famiglia Casorati amava passare le vacanze estive.
Una mostra, questa dedicata a Daphne Maugham, che vuole essere omaggio ad una delle più importanti pittrici italiane del ‘900 e, al tempo stesso, indagine sulle presenze artistiche che hanno animato la vita culturale del Ponente Ligure.
OLTRE LA REALTÀ
a cura di Valentina Calzia e Virgilio Patarini
- Pinacoteca Civica
piazza Duomo 11A - Imperia P.M.
- Palazziina Liberty
Borgo marina - Imperia P.M.
dal 17 luglio al 2 agosto 2009
Il superamento della realtà è atto complesso che si articola in due passaggi: la visione, innanzi tutto, della realtà in quanto tale, la sua comprensione e assorbimento e, in seconda battuta, il suo superamento. A questi due passaggi, gli artisti qui selezionati ne aggiungono un terzo, ovvero l’espressione, attraverso l’uso di strumenti artistici, di quel superamento, di quell’«oltre» che dà il titolo alla rassegna.
«Oltre la realtà» è lo sguardo che ognuno di questi artisti esibisce, declinandolo in modo personalissimo. Tuttavia la pluralità di visioni che caratterizza questa mostra è tale da permetterci di suddividere un tema tanto ampio e sfaccettato in diverse e più mirate prospettive, cogliendo alcuni punti di contatto tra le opere dei diversi autori e consentendoci di individuare quattro gruppi omogenei, partendo dal tipo specifico di realtà affrontata. Ovvero: una realtà evocata, una realtà giocata, una realtà sognata e una realtà trasfigurata.
Tale suddivisione, sia pure con un balzo ardito, può essere assimilata ai quattro tipi di «divina mania» descritti da Platone nel Fedro. La «divina mania» di cui parla il filosofo greco è quell’invasamento (quell’ispirazione, diremmo noi oggi) di un’anima pura da parte delle Muse senza il quale non si dà vera arte.
C’è da un lato la «realtà evocata» di Bracci, Briscese, Capelli, Doni, Simonelli, Sommaruga, Stazio e Domenici, che ci racconta con mezzi pittorici e plastici relativamente tradizionali, e attraverso colti riferimenti alle avanguardie storiche, una realtà intelligibile ma non convenzionale, poeticamente ricordata. Analogamente a quanto avviene nella «mania poetica» descritta da Platone, la sorgente dell’atto poetico-artistico risiede in questo caso nell’ispirazione offerta all’artista dalle Muse, figlie di Mnemosyne (la Memoria): il processo creativo è essenzialmente evocativo in quanto depositario di una memoria collettiva e condivisa che viene perpetuata nel presente e oltre.
Ognuno degli artisti sopra citati lascia scorrere quanto scaturisce dalle profondità di tale memoria nell’alveo della propria sensibilità e delle proprie conoscenze tecniche e teoriche, attraversando territori caratterizzati da precipui orizzonti artistico-culturali. Nella marchigiana Bracci e nel torinese d’adozione Briscese, ad esempio, è palese un ripensamento del retaggio proto-cubista in cui la scomposizione dei piani assume un afflato misteriosamente intimo, poetico, andando nella direzione di un superamento elegiaco della visione prospettica convenzionale della realtà.
Nell’emiliano Simonelli il riferimento è duplice: al Futurismo di Balla e Boccioni, da un lato, e all’Espressionismo di August Macke dall’altro, con una oscillazione tra slanci epici e vitalistici (nei Golem) e momenti di più pacato e intimo lirismo (nei paesaggi e nelle nature morte), a seconda dei soggetti.
All’Espressionismo di area tedesca si rifanno anche, in qualche modo, i milanesi Doni e Sommaruga: la prima ha luci decisamente mediterranee e una corsività libera e guizzante, capace di evocare con poche pennellate personaggi e situazioni; mentre il secondo affronta il genere “natura morta” con una certa originalità, accostando una tecnica antica (olio su tela) ad una sensibilità post-moderna nella scelta dei soggetti (sacchetti d’immondizia).
Il bergamasco Mauro Capelli e il bolognese Ivo Stazio, invece, contaminano una figurazione classica dal disegno rapido e sicuro con una gestualità energica e una ricca matericità spiccatamente informali, degne del miglior Fautrier. Anche in loro tuttavia, come in tutti gli altri compagni di specifica platonica «mania», le soluzioni tecniche, le citazioni stilistiche e i rimandi culturali non sono sfoggio di virtuosismo fine a se stesso, ma elementi strettamente funzionali ad una precisa necessità narrativa e aderenti all’aura poetica che promana dal soggetto evocato. Anche nelle sculture del viareggino Domenici c’è una reminiscenza classicheggiante nella scelta delle pose e nelle linee principali del modellato, che talvolta però sono bruscamente spezzate da faglie improvvise, fratture tettoniche che ne minano la rassicurante plasticità.
La «realtà giocata » di Baini, Butt, Drogo, Valensin, Stramacchia e Lo Giudice, è invece una realtà “messa in gioco” con mezzi pittorici e plastici inconsueti che attingono ispirazione o materiali da discipline artistiche “sorelle” come il fumetto (Stramacchia e Lo Giudice), l’illustrazione (Valensin e Baini) e il mosaico (Butt e Drogo).
Mentre nel caso del toscano Valensin l’immaginario del fumetto e dell’illustrazione è contaminato da citazioni modiglianesche, per il bresciano Stramacchia i fumetti sono materialmente l’elemento utilizzato per comporre le sue più o meno dotte citazioni: ritagli di pagine di fumetti, a cui vengono cancellati i testi e le figure, composti poi come tasselli di un mosaico a evocare altre figure.
E sempre una composizione a tessere di mosaico soggiace alle opere di Drogo e di Butt ma, mentre nel caso del pittore milanese il rimando palese è alle pennellate piatte di Cézanne che scompongono le forme e la luce sulla superficie del quadro, nel caso dell’artista pakistano il riferimento è ai mosaici e alle decorazioni delle moschee islamiche: egli utilizza quei segni stilizzati e astratti (piccoli cerchi concentrici di diversi colori e quadratini) come tessere o pixel colorati per comporre figure e paesaggi. Analogamente Baini utilizza la sua firma in un gioco di intrecci e sovrapposizioni, per far affiorare la silhouette di figure o la skyline di paesaggi urbani.
In ogni caso in tutti loro è evidente un approccio ludico, divertito e divertente che trova il suo apice negli assemblaggi pop di Paolo Lo Giudice, il quale utilizza pezzi smontati e smantellati di strumenti, oggetti d’uso quotidiano, elettrodomestici, motorini e quant’altro, per costruire i suoi buffi personaggi da cartoon.
In tutti questi casi la dimensione spontanea, istintuale e dirompente del gioco ci rimanda ad alcuni aspetti caratterizzanti della «mania telestica o rituale» descritta da Platone nel Fedro. Se pensiamo che l’ispiratore di questa «divina mania» è Dioniso, dio della liberazione degli impulsi vitali che conduce l’individuo al di là del confini dell’Io e dell’individualità, e se pensiamo all’analogia che questo concetto ha con la “fenomenologia del gioco” descritta da Gadamer – per il quale la nozione di gioco arriva addirittura a scardinare la metafisica della soggettività caratteristica del nostro tempo –, ci rendiamo conto di quanto questi artisti gettino il loro sguardo «oltre la realtà» e di come questo loro atto assuma, attraverso la dimensione ludica, un duplice carattere: emotivamente liberatorio e socialmente trasgressivo.
La «realtà sognata» di Carluccio, Pedotti, e per certi versi anche Grasso, è una realtà onirica, visionaria, insomma una realtà che per sua stessa definizione va «oltre» una realtà consueta, prevedibile o rassicurante. Questo ci permette di ricollegarci saldamente alla «mania mantica o profetica» di Platone, caratterizzata per l’appunto dall’ispirazione del profeta, ovvero colui che è capace di riportare alla luce il passato e di fornire intuizioni sul futuro. Questo tipo di «divina mania» scaturisce direttamente da Apollo e ciò comporta un’intima ricerca di purezza interiore, di equilibrio e di silenzio, elementi ben presenti nelle opere di questi artisti.
Da un punto di vista artistico-culturale, questi tre artisti oscillano tra Metafisica e Surrealismo: una sorta di Metafisica Astratta è quella del milanese Lucio Pedotti; un Surrealismo alla Magritte quello di alcuni quadri del romano Enrico Grasso; mentre si rifà ad un Surrealismo alla Dalì, con accenti primitivisti, la scultura del brindisino Giorgio Carluccio.
Infine, la «realtà sublimata» espressa da Ballerani, Grasso, Gualandris, Merghetti, Natali e Plevano è un tipo di realtà sottoposta ad un processo di trasfigurazione messa in risalto da un uso sapiente e spregiudicato del disegno e dagli accostamenti spiazzanti dei colori.
In Ballerani e in Plevano il disegno delle forme è abilmente stilizzato, fortemente e poeticamente ridotto all’essenziale. In Natali, Merghetti e Grasso vi è un calcolato equilibrio tra sintesi delle linee e ricchezza dei dettagli, mentre Gualandris perviene ad una sublimazione della realtà per una via più ardita, e cioè accostando a fiori o figure dipinte con maniacalità iperrealista lettere enigmatiche e chiazze di colore informale. In Grasso e Natali, poi, vi è un sottile e insinuante slittamento degli equilibri cromatici che, inavvertitamente, provoca una sorta di altrettanto sottile inquietudine. Viceversa in Gualandris, Plevano e Merghetti l’inusuale e spiazzante accostamento di colori è decisamente più vistoso e conclamato.
Il risultato, tuttavia, è analogo: ci troviamo di fronte ad una realtà che è, al tempo stesso, familiare e sconosciuta, consueta e tuttavia nascosta agli sguardi. Freud avrebbe utilizzato, per descriverla, l’aggettivo unheimlich: spaesante, perturbante. La forma della mania platonica che potrebbe presiedere a una simile trasfigurazione della realtà è quella definita nel Fedro «erotica», ovvero un’esperienza che pervade anima e corpo, la cui arché (o principio generatore del mondo) e il cui télos (o ciò che porta a compimento), congiungono il piano terreno e quello spirituale.
In questo senso, anche tutte le altre forme di «divina mania» hanno bisogno della «mania erotica», intesa come fervida passione, accecamento che s-vela, realtà incarnata e al tempo stesso condotta a sublimazione dall’ideale che la sostiene e le permettere di trascendere ad un piano più elevato: quello, appunto, dell’«oltre». Oltre il tempo consueto e matematico che condiziona le nostre vite quotidianamente; oltre una visione condizionata e condizionante impostaci dalla società; oltre una realtà abusata che logora gli animi e li rende ciechi dinnanzi ad essa.
- Valentina Calzia e Virgilio Patarini

Premio "Un autore per l'Europa"
INCONTRO CON CRISTIANO CAVINA
Auditorium Biblioteca civica Renzo Deaglio
Piazza Airaldi e Durante 7 - Alassio
giovedì 16 luglio 2009, h. 21.15
Prenderà il via questa sera ad Alassio, la rassegna dedicata ai finalisti del premio “Alassio 100 libri. Un autore per l’Europa”. Cristiano Cavina, Piersandro Pallavicini, Letizia Muratori, Elena Loewenthal e Margareth Mazzantini incontreranno il pubblico, in attesa di conoscere la scelta della commissione composta da otto italianisti di altrettante università europee.
Ad inaugurare gli incontri letterari, nell’auditorium della Civica Biblioteca Renzo Deaglio, sarà, giovedì 16 luglio, alle ore 21.15, l’autore Cristiano Cavina, che presenterà il libro “I frutti dimenticati” (Marcos y Marcos). La rassegna di incontri con i finalisti proseguirà fino al 12 agosto con il seguente programma: sabato 18 luglio, Piersandro Pallavicini presenterà il libro “African Inferno”, giovedì 23 luglio sarà la volta del romanzo “La casa madre” di Letizia Muratori e giovedì 6 agosto Elena Loewenthal presenterà “Conta le stelle se puoi”. A chiudere l’appuntamento con gli autori del Premio sarà, mercoledì 12 agosto, Margaret Mazzantini con il libro “Venuto al mondo”.
La cerimonia di premiazione si svolgerà sabato 12 settembre.
CRISTIANO CAVINA
I FRUTTI DIMENTICATI
Marcos y Marcos, 2008
Collana "Gli alianti"
Suo padre era sparito nel nulla. Con la sua assenza, aveva lasciato un vuoto clamoroso. Ma la fantasia lo aveva trasformato in un uomo quasi magico, protagonista di mirabolanti imprese. Ora, quel padre da sempre ignoto è sbucato all'improvviso, lo ha rintracciato raccontando una bugia alla sua casa editrice. Di punto in bianco, lui dovrebbe chiamare papà un uomo che "per me non è niente, non è nessuno". Proprio quando diventa babbo anche lui, con una compagna che non è più sicuro di amare, mentre tutto sembra sfuggirgli di mano. Non è facile diventare figlio e padre nello stesso momento. Non è facile separarsi dalla madre del proprio figlio proprio in quel momento. Per fortuna, c'è un pozzo segreto e senza fondo a cui attingere. Un pozzo scintillante di amicizie e passioni, racconti e personaggi, avventure reali e immaginarie: piante officinali dai profumi secolari e sogni che volano come mongolfiere, nonne dai poteri speciali e millenni di battaglie nascoste tra le foglie. Per vedere sempre oltre, in mezzo alle onde della vita. E trovare una lingua segreta con cui parlare al proprio figlio appena nato.

LILIO DOMENICO PAGNINI
UNA LUCE CHE ANNULLA IL TEMPO
Ex Chiesa Anglicana
Via Regina Vittoria 4 - Bordighera
dal 14 al 31 luglio 2009
In occasione della preparazione di questa mostra, che il Comune di Bordighera dedica ad un suo illustre pittore, ho potuto nuovamente visitared lo studio di Domenico Pagnini, in compagnia della figlia Tiziana.
Insieme abbiamo guardato le sue opere, sia quelle ancora pervase di un gusto d'Accademia, sia le più recenti, nonché le incisioni, i bozzetti preparatori e i disegni.
E' venuto alla luce un artista che non conoscevo, di grande capacità e con una forte padronanza della tecnica.
Spesso lo si ricorda come "il Pittore dei Pescatori", ma questa visione è alquanto limitativa.
La sua pittura affronta diverse tematiche, vedi le sue superlative "Mimose", ma proprio i disgni e i bozzetti preparatori sono testimonianza ed indice di riflessione profonda e non di semplice esercizio artistico.
Mentre scrivo queste righe mi viene alla mente un grande pittore spagnolo della seconda metà dell'Ottocento, Sorolla y Bastida, anche lui visto come "il pittore dei pescatori", che oggi sta ottenendo un successo strepitoso a livello mondiale.
Come lui, Domenico Pagnini è stato visto in chiave a volte limitativa; credo sia necessario uno studio più approfondito della sua arte, proprio prendendo spunto dalla sua opera grafica.
Le incisioni scelte per questa mostra; i pastelli di grande qualità, che lo avvicinano al suo maestro Balbo; gli oli della "Maschere"; le visioni "Mitologiche"; le marine che rivelano la conoscenza della pittura di mariani e Minozzi, fanno emerghere un opittore originale, con uan sua personalità, testimone del suo tempo.
Carlo Bagnasco
Lilio Domenico Pagnini è nato a Rio Marina (Isola d’Elba) il 5 febbraio 1921.
L’attività artistica di Pagnini inizia molto presto, a 14 anni, dopo il suo trasferimento a Bordighera. Muove i primi passi grazie ad un talento naturale e agli stimoli che riceve lavorando presso una bottega d’arte.
Nel dopoguerra inizia a frequentare lo studio del pittore Giuseppe Balbo di Bordighera e, successivamente, l’Accademia d’Arte “Riviera dei Fiori”, fondata dallo stesso Balbo. L’Accademia è frequentata da artisti come Gian Antonio Porcheddu, Enzo Maiolino, Sergio Gagliolo, Marcello Cammi.
Pagnini fa parte di quella generazione di pittori che, in un area di confine come quella ligure – ponentina, hanno dato vita ad una feconda quanto discussa stagione artistica che si è ormai soliti definire come “secondo novecento”.
Di questa generazione, alcuni artisti sono prematuramente o tragicamente scomparsi, come Rita Saglietto e Gian Antonio Porcheddu. Altri sono mancati più o meno recentemente, come Ettore Gabrio o Marcello Cammi, mentre molti, ancora assiduamente operosi nella contemporaneità degli eventi, continuano a testimoniare con coerenza e talora con sorprendente vitalità, il loro “credo artistico”.
Proprio in questo ambito si può sintetizzare il significato della sua esperienza pittorica, ovvero uno spazio, quello ligure di matrice “figurativa”, in cui oggi la sua presenza, come pure quella di altri numerasi pittori del suo tempo a lui affini, contribuisce alla riqualificazione ed al ricupero di valori tipici di un linguaggio di ascendenza post - novecentesca che conserva ancora elementi di interesse estetico artistico.
Dal 2003, a seguito di una grave malattia, non dipinge più.
"Vetrine d'artista"
OMAGGIO A PIO VII
Sede CARISA
Corso Italia - Savona
dal 15 luglio al 5 agosto 2009
Nell’ambito della rassegna “Vetrine d’Artista”, nei locali della Cassa di Risparmio di Savona in corso Italia, si terrà un’esposizione in omaggio a Papa Pio VII, prigioniero e poi pellegrino a Savona.
A partire da mercoledì 15 luglio, fino a mercoledì 5 agosto, verranno esposti due ritratti ad olio (uno del Camuccini) del secolo XIX, riguardanti la figura di papa Pio VII, alcune significative incisioni dell’epoca, il libro del cardinale Bartolomeo Pacca, edito a Orvieto nel 1833, che illustra il viaggio di Pio VII in Liguria quando il 10 maggio 1810, ormai libero, ritorna a Savona e si reca al Santuario di N.S. di Misericordia ed un raro lasciapassare rilasciato dal Comune di Savona per poter assistere alla cerimonia dell’incoronazione della sacra effige della Madonna da parte di Pio VII al Santuario savonese il 10 maggio 1810.
L’iniziativa è legata all’occasione del 200° anniversario dell’arrivo a Savona (23 agosto 1809) di papa Pio VII come prigioniero di Napoleone Buonaparte. L’Associazione culturale “R. Aiolfi” ha inteso ricordare quella pagina storica con questo piccolo “omaggio” a tale illustre prigioniero.
ALBERTO CAVANNA
DA BOSCO E DA RIVIERA
Rizzoli, 2009
Collana "Rizzoli Best"
In un paese del Levante ligure la vita scorre tranquilla, quasi estranea alle leggi del tempo che passa alto sopra la traversa come un rigore sbagliato. C'è una chiesa, per chi ci crede, e c'è la sede della Scorza e Formaggio in cui trovarsi a bere con il "siò Luigi" e giocare a carte con il Professore e il Carnesecca. Nel nulla che accade, qualcosa però sta per succedere. Pochi se ne accorgono, qualcuno ne parla, nessuno sa cosa fare.
In un paese del Ponente ligure c'è un cantiere familiare che da secoli costruisce barche, e c'è anche Pietro, un giovane che vede un futuro diverso da quello che il destino ha riservato da sempre alla sua famiglia. Un giovane che non si accontenta e vuole mettersi alla prova.
In una città affacciata sul mare, Maddalena, vuole dimenticare a tutti i costi la miseria patita da ragazza di condominio popolare. Non sa dove andare, sa solo che vuole andarsene da lì, ed è disposta a tutto pur di riuscirci, pur di far perdere le sue tracce.
In un paese che parla con voce corale, al limitare del mondo, due inquietudini si incrociano, due storie si fondono per raccontare una grande avventura di mare e vita, di fughe e ritorni. Un cantiere navale diventa il palcoscenico inatteso di tre anime con un'unica certezza: quella di non essere come tutti gli altri. Ma solo gente nata e cresciuta su una sottile striscia di terra: tra bosco e riviera.
Alberto Cavanna, ligure, è stato operaio, impiegato e dirigente in importanti cantieri navali. Il suo legame con le barche, il mare e il legno ha radici familiari profonde, tanto che lui stesso ama definirsi “narratore di navi e costruttore di storie”. Questo è il suo primo romanzo pubblicato da Rizzoli. Attualmente vive e scrive tra la Spezia e la Versilia.

NES LERPA
IL GUERRRIERO E LA FORTEZZA
a cura di Paola Grappiolo
- Bludiprussia
Vico Chiuso 1 - Albissola Marina
dall'11 al 26 luglio 2009
- Fortezza Monumentale del Priamar
Cellette del Palazzo della Sibilla
Corso Mazzini - Savona
dal 17 al 24 luglio 2009
ALLA CONQUISTA DEL PRIAMAR
Fiamme di colori si levano dal coro delle opere e inondano di luce diffusa lo spazio che le accoglie e le fa vibrare di vita rinnovabile scardinando idealmente le pareti che vorrebbero imprigionarle. Ci troviamo al cospetto di gialli inebrianti, di bianchi insinuanti e contaminati dai sedimenti dell’anima, di azzurri deputati a indovinare le strisce di un cielo raggiungibile o le profondità abissali di un ipotetico baratro; ci troviamo insomma al cospetto di giochi inesauribili di contrasti e di felici approdi tonali ottenuti dallo scontro degli opposti.
Nes Lerpa rinasce ogni volta nel gesto che si fa energia dirompente, espansione centrifuga di un racconto che non conosce e non accetta costrizioni di forme poiché rimbalza come un’eco, come una voce che attende altre voci o altri sguardi per accelerare la sinfonia timbrica, per completare l’assonanza di fughe conviviali o la dissonanza di scontri corruschi. Siccome per lui la pittura è sinonimo di battaglia, Nes Lerpa chiama a raccolta i suoi guerrieri per affrontarla fino all’ultima stilla di colore che aggredisce la tela per sedurla o che scivola lungo il grumo di argilla ( come una lacrima di dolore o di gioia ) che alimenta la sostanza criptica nel perpetuo divenire di una figura ammantata di armi persuasive.
Sul Priamar Nes combatte su più fronti per la soddisfazione dell’armonia totale che lascia sul terreno variegate testimonianze di passaggio e nell’aria clangori di musiche spogliate di ogni convenienza rappresentativa. La conquista della rocca va compiuta nella calibrata successione degli assalti, nell’assillante sparizione o spartizione dei dubbi sulla collocazione della bandiera da piantare passo dopo passo come un grido che grida, come un canto che canta, come una macchia che allaga il ridotto o il già immenso orizzonte della personale sensibilità percettiva.
I sei venti che accarezzano di languido tepore o strigliano di improvvisi brividi la Liguria si associano al settimo vento di una straripante fantasia per innescare violini e percussioni, per combinare pittura e suoni. Occorre in tal modo spaventare il nemico della gioia creativa e metterlo in fuga per sempre lungo gli scoscesi cunicoli del Priamar o precipitarlo dalla incalcolabile altezza delle torri di un lucido pensiero. Le grandi tele di Nes Lerpa si offrono pertanto ai visitatori come i vessilli di una speranza pronta a spalancare panorami inattesi: sono tanti germogli che sorgono dall’aridità del terreno dopo la prima pioggia primaverile. Dalla Danimarca si abbatte dunque ora sul Priamar un tornado di forme e di colori, di immagini e di armonie capaci di scuotere ogni inerzia e di alimentare auspicabili voci di consenso. “In marcia verso il trionfo!”, proclama l’indomito condottiero Nes Lerpa. E così sia.
Luciano Caprile
Nes Lerpa è nato a Copenaghen il 22 agosto 1942. Ha esordito come artista nel suo paese nel 1960.
Ha improntato sin da subito la sua pittura con la vivacità del colore e le grandi dimensioni delle superfici, come necessità espressiva. Scevro da confini o dimore sicure si libera, nello spazio della tela, guidato dalla forza della mente e dal gesto. Plasma i colori ripercorrendo il suo peregrinare in un universo di percezioni immagazzinate in giro per il mondo e rappresenta, nei suoi dipinti, come afferma Debora Ferrari, “..l’azzurro della Lapponia, il rosa dell’India, il giallo dei Paesi Bassi su un mare del Nord”.
Ha soggiornato in Europa, India, Cina ed ha esposto in quasi tutti i paesi Europei, Stati Uniti e Cina. Importanti per la sua pittura sono stati gli incontri e le amicizie intrattenute con numerosi artisti, tra gli altri Andrè Masson, Hans Øllgaard, Phillip Martin, Emilio Vedova. Notevole è il numero di esposizioni personali tenute in tutto il mondo e la presenza di sue opere in spazi museali.
In Italia si segnalano quelle alla galleria Rotta di Genova, alla Galleria Bludiprussia di Albissola Marina, al Chiostro di Voltorre di Gavirate, al Mercato del Sale e alla galleria Annunciata di Milano, al Palazzo Ducale di Urbino e ai Chiostri di Santa Caterina, a Final Borgo. Frequenta le manifatture di ceramica: Ibis a Cunardo e San Giorgio a Albissola Marina dove, ha creato una produzione di sculture e di piatti in terracotta che raccolgono intorno alle forme tridimensionali, le tonalità care all’artista.
Le grandi dimensioni delle sue opere gli hanno permesso di realizzare innumerevoli interventi artistici con allestimenti o eventi open air; in particolare all’interno di strutture architettoniche come: chiese sconsacrate, centri commerciali, fabbriche, saloni di rappresentanza o con ambientazioni nella natura. Sensibile alla meditazione interiore, lontano dai ritmi frenetici, alterna i suoi soggiorni tra l’ Atelier Asserbo a Nord di Copenaghen e l’Atelier di Borgo Lanfranco posto sulle dolci colline piacentine dalle quale domina la pianura Padana e strizza l’occhio al Monte Rosa.
MARIO SCHIFANO
Officine Artistiche - Off Gallery
Via Matteo Repetto 6 - Albissola Marina
dall'undici luglio al 30 agosto 2009
Albissola rende omaggio a uno dei più importanti artisti del panorama italiano e internazionale con una importante mostra alla Off Gallery di Albissola Marina che verrà inaugurata sabato 11 luglio: Mario Schifano.
Organizzata da Zonacontemporanea, curata da Beppe Lupo e promossa da Silvia Calcagno, l’esposizione propone una trentina di opere, tutti pezzi unici, che sintetizzano il mondo artistico di Schifano: dai richiami alla Pop Art americana con le stelle sfumate sulla bandiera statunitense, alle celebri sagome di palme o, ancora, al volto di Mao che si perde in una campitura di colori aggressiva, evidente citazione dell’opera di Andy Warhol. La mostra, che vanta il patrocinio della Regione Liguria e della Provincia di Savona, realizzata grazie al contributo del Comune di Albissola Marina, propone una serie di smalti su tela e su carta e riserva un approfondimento al rapporto tra l’eclettico e geniale artista e la fotografia. Schifano, infatti, amava lavorare con questo strumento ed era solito ritoccare a mano le immagini stampate con i suoi colori e i suoi gesti veloci e sicuri. É Schifano stesso ad avere affermato: “Ho sempre usato la fotografia anche se in modi differenti (…) perché la macchina fotografica è l'unico mezzo che consente di produrre le sembianze dell'uomo nella sua più esatta dimensione”.
Completano la mostra una decina di opere grafiche che vanno dal Futurismo rivisitato agli schermi televisivi, ai paesaggi Italiani, tutti temi cari all’artista che ha saputo infondere una forte e personale impronta alla Pop Art italiana.
Mario Schifano nasce a Homs in Libia il 20 settembre 1934. In occasione della mostra del 1960 alla Galleria La Salita in compagnia di Angeli, Festa, Lo Savio e Uncini, la critica comincia a interessarsi del suo lavoro. Abbandonata l'esperienza Informale, dipinge quadri monocromi, grandi carte incollate su tela e ricoperte di un solo colore, tattile, superficiale, sgocciolante. Celebri le opere dedicate al marchio della Esso e della Coca-Cola. Nel 1964 è invitato alla Biennale di Venezia. L'artista opera ora per cicli tematici: i paesaggi anemici, la rivisitazione della storia dell'arte con i lavori dedicati al Futurismo, i mezzi di comunicazione di massa, tanto che agli inizi degli anni Settanta comincia a riportare delle isolate immagini televisive direttamente su tela emulsionata, riproponendole con tocchi di colore alla nitro in funzione estraniante.
Muore a Roma il 26 gennaio 1998.

DIS MOI, BLAISE ...
Blaise Cendrars, Marc Chagall, Fernand Léger, Pablo Picasso
Musée National Marc Chagall - Nice
Musée National Fernand Leger - Biot
Musée National Pablo Picasso - Vallauris
28 juin - 12 octobre 2009
Durant tout l'été 2009, les trois musées nationaux du XXe siècle des Alpes-Maritimes (musée Léger à Biot, musée Chagall à Nice et musée Picasso à Vallauris) présentent ensemble une exposition en hommage à Blaise Cendrars intitulée Dis-moi, Blaise…
Le titre choisi est une référence au célèbre poème de Cendrars La Prose du Transsibérien et de la petite Jehanne de France.
Consacrée aux relations que l’écrivain, poète et grand voyageur, romancier et essayiste, a entretenues avec Pablo Picasso, Marc Chagall et Fernand Léger, l'exposition présente des peintures et dessins de chaque artiste ainsi que des documents d’archives du Fonds Cendrars de la Bibliothèque nationale de Berne.
Elle réunit plus de 170 œuvres de toutes techniques (tableaux, œuvres sur papier, document, photos) et vise à mettre en parallèle les écrits de Cendrars et les oeuvres des trois artistes.
Rencontrés à Paris, Cendrars partagent avec ces artistes de la même génération que lui, bien des points de vue dont il rendra souvent compte dans ces écrits.
Son goût pour la modernité urbaine, pour un monde qui se transforme frénétiquement, pour les formes nouvelles qu’il y découvre ou pour celles qu’il apprend à connaître à travers ses incessantes pérégrinations dans le monde le conduit tout naturellement à fréquenter les milieux artistiques modernes et à rêver avec eux un monde nouveau modelé par un imaginaire résolument actif.
Ces relations durent plusieurs années avec Picasso et Chagall et se poursuivent avec Léger jusqu’à la mort de ce dernier.

VILLA FARALDI FESTIVAL
XXVI Edizione
"MANIA"
11 luglio - 8 agosto 2009
PITECUS
SABATO 11 LUGLIO ORE 22:00
VILLA FARALDI
Quando MANIA è… GENIO
di Flavia Mastrella e Antonio Rezza
Regia: Flavia Mastrella, Antonio Rezza
Con Antonio Rezza
Allestimento scenico: Flavia Mastrella
(mai) scritto da Antonio Rezza
Disegno luci: Maria Pastore
Pitecus è uno spettacolo crudele e delicato, analizza i comportamenti umani dal di dentro e li stronca dal di fuori, mette in berlina chi agisce e chi subisce azioni. Attraverso l’uso dei quadri di scena i personaggi, facendo capolino dalle varie fessure, si moltiplicano ed alternano e, quando si è in tanti, si è sicuramente più cattivi. L’allestimento, di stoffa, è una barriera sottile che scorre sul palcoscenico come una pellicola senza movimento. I quadri di scena sono elementi figurativi da indossare. I personaggi si affacciano dalle aperture dei quadri di scena e, chi si affaccia, non è mai completamente innocente.
Flavia Mastrella e Antonio Rezza dal 1987 hanno realizzato otto opere teatrali interpretate da Rezza all’interno degli spazi ideati da Mastrella: (“Nuove parabole”, “Barba e cravatta”, “I vichinghi elettronici”, “Seppellitemi ai fornetti” 1992, “Pitecus” 1995, “Io”, “Fotofinish”, “Bahamut”). Hanno realizzato una serie sterminata di cortometraggi e tre film. Antonio Rezza è anche autore di“Non cogito ergo digito” “Ti squamo”, “Son(n)o”, “Credo in un solo oblio”. Nel 2006 la GAM di Bologna dedica ai due un mese di installazione e spettacolo. Nel 2007 Flavia Mastrella espone al PAN a Napoli l’istallazione “Boe alla deriva”. Insieme vincono il Premio Francesca Alinovi 2007. Antonio Rezza presenta alla Milanesiana “Ipotesi di film su Cristo Morto”. Il metodo di lavoro MastrellaRezza è presente anche nel 2008 a Venezia “Giornate degli Autori - Venice Days”. Nonostante siano vivi ci si accanisce dal 1998 infliggendo loro prestigiose retrospettive.
LOVE
SABATO 18 LUGLIO ORE 22:00
TOVO FARALDI
Quando MANIA è… FUROR D’AMORE
C.I.A. Oplas Danza
Centro Coreografico Regionale Umbria
Coreografia: Luca Bruni
Musiche: Antonio Vivaldi, “Le Quattro Stagioni” eseguite dal vivo dall’Ensemble Hubay, diretto dal Maestro Stefano Rondoni
Costumi, installazioni scenografiche-luminose, video-concept: Mario Ferrari
Riprese videoclip: Michele Ragni
Danzatori: Marta Benvenuti, Luca Bruni, Mario Ferrari, Veronica Nieddu, Francesco Sangermano
Spettacolo prodotto con il sostegno di:
REGIONE UMBRIA - MiBAC Provincia di Perugia - Comune di Umbertine
Love è sinestesia d’amore. Percorso plurisensoriale tra corpi dinamici e armoniosi, appassionati e fragili, sensibili al tocco di eros così come alla furia dei sentimenti. Chi può rimanere impassibile di fronte alle stagioni della vita che si scatenano davanti ai nostri occhi? L’udito accarezzato dalle magniloquenti note di Vivaldi suonate dal vivo dall’Ensamble d’archi Hubay, trascina lo spettatore in una zona parallela fra reale ed onirico dove il corpo dei danzatori è tramite tra cielo e terra. Love è quel luogo: scettro e corona all’Eleganza.
LA COMPAGNIA OPLAS
L’OPLAS è attualmente diretto da Luca Bruni (per le attività di danza) e da Mario Ferrari (per le attività open-air e i grandi eventi). Produce spettacoli di danza per il teatro e per gli spazi non convenzionali, ospiti di manifestazioni culturali e rassegne di 12 paesi dell’Unione Europea, dell’Europa dell’Est, del Vicino Oriente, dell’Estremo Oriente, negli Stati Uniti e nei Caraibi. Alcuni di questi spettacoli hanno ricevuto riconoscimenti internazionali: Premio del Pubblico al Festival “Al Carrer” di Vila-Real (E), il premio come miglior Walk-Acts al Festival di Koblenz (D), il Prix Volinine, Parigi (F), il premio Na Pomostach (Miglior Spettacolo) al Festival Intern. Di Olsztyn (PL), la Menzione e Premio come Miglior Spettacolo all’VIII Feria de Teatro de Castilla y Leon, Ciudad Rodrigo (E).
Alle fondamenta del decennale percorso artistico svolto dall’OPLAS, si sono consolidati strada facendo i principi della contaminazione artistica, della sperimentazione di nuove tecniche teatrali e forme espressive, oltre la ricerca coreografica sulla base della danza contemporanea, i quali hanno reso la Compagnia nota in tutto il mondo. In passato è stata promotrice di importanti manifestazioni quali: “Danza, Teatro e Altro”, (Umbertide, 1993-1998), “Rassegna delle Scuole di Danza Umbre” (Umbertide, 1995-1997), “Coreografie a Scena Aperta” (Umbertide, 1995-1997), FESTinVALTIBERINA (Umbertide e Montone, 1999-2007). È attualmente promotrice di importanti manifestazioni culturali, quali Impronte e Impronte di Danza (Circuito Regionale di Danza, Umbria).
DRACULA IL VAMPIRO
SABATO 25 LUGLIO ORE 22:00
RIVA FARALDI
Quando MANIA è… PER L’HORROR
Teatro Garage
Testo e regia: Lorenzo Costa
Liberamente tratto dal romanzo di Bram Stoker
Scene: Roberta Agostini
Costumi: Barabino e Betti
Luigi Marangoni - Dracula
Andrea Carretti - Jonathan Harker
Fabrizio Giacomazzi - Van Helsing
Federica Ruggero - Mina
Mirella Maselli - Lucy
Suggestioni visive, colpi di scena ed effetti. Parola, danza e musica. “Dracula il Vampiro” liberamente tratto dal romanzo Di Bram Stoker e dal film di Coppola, affronta nella sua versione teatrale l’eterna lotta tra il Bene e il Male contaminando le diverse arti sceniche. Inquietanti figure femminili, silenziose e minacciose ammaliano lo spettatore comparendo e scomparendo, parola e narrazione avvincono come non mai, avvolte da suoni grevi e sinistri… Riuscirà il Conte Dracula a portare a termine il suo criminoso progetto?
TEATRO GARAGE
Il Teatro Garage nasce a Genova nel 1981.
Allestisce numerosi spettacoli di Samuel Beckett e degli autori cosiddetti del Teatro dell’Assurdo; partecipa a varie rassegne promosse dal Comune di Genova. Nel 1988 l’Amministrazione Comunale affida al Teatro Garage la gestione della SALA DIANA, un piccolo teatro ricavato dalla galleria dell’ex cinema Diana; da allora l’attività della SALA DIANA è continuativa: vi si svolgono stagioni teatrali dì produzione e ospitalità su due filoni portanti: la drammaturgia contemporanea e il genere comico, concedendo spazio alle produzioni che uniscono la ricerca alla qualità, il nome noto alla compagnia più giovane. Il Teatro Garage organizza poi la rassegna del comico “Ridere d’Agosto ma anche prima” che si svolge annualmente nei periodo luglio-agosto.
L’attività si è ampliata negli ultimi anni, nel settore dell’organizzazione di stagioni teatrali curata per conto di comuni liguri. Nel 1994 Il Teatro Garage ha ricevuto il Premio Liguria per il teatro; nel 1997 e 1998 la nomination per l’Oscar del mare.
MIMONDI
VENERDÌ 31 LUGLIO ORE 22:00
TOVO FARALDI
Quando MANIA è…
VIAGGIO FANTASTICO
Teatro Instabile di Aosta
Performer: Marco Chenevier, Eugenio Di Vito, Daniele Spadaro, Smeralda Capizzi, Valentina Musolino
Mimondi è un contenitore dell’immaginario, un susseguirsi di storie, colori e suggestioni in cui il teatro gestuale con maschere e tessuti si mescola a quello di genere, al mimo e alla danza contemporanea. Show eclettico che tocca ora l’astrazione, ora la tragedia, ora la leggerezza e la poeticità del clown. Sulla scena si alternano personaggi dispettosi in buffi pantaloni colorati, eleganti narratori, cavalieri dalla lunga tunica che si muovono tra ninfe bianche, uccelli dalle maschere dorate, nere figure rituali e molto altro…
TEATRO INSTABILE DI AOSTA
Teatro del corpo e dell’immaginario
L’interesse della Compagnia si rivolge da subito allo studio degli elementi del teatro lecoquiano: da un lato la ricerca del fondo poetico comune, l’idea di spettacolo come partitura ritmica, il coro teatrale e i diversi stili affrontati da Jacques Lecoq, dal buffone alla commedia dell’arte, da Shakespeare al clown.... Dall’altro il linguaggio dei gesti e tutte le possibilità espressive ad esso collegate secondo le testimonianze e l’insegnamento di Isaac Alvarez. La compagnia ha impegnato la scena di grandi festival italiani ed internazionali (Maratò d’Espetacle, Festival d’Avignon, Festival di Linz, di Seul, Tchew); dal 2007 realizza la fiera di teatro, danza, circo ed enogastronomia “Morg-ex machina”, collaborano con il Festival di Saint-Vincent ed il Teatro di Soverato, oltre a svolgere abitualmente attività pedagogica nelle scuole. Primi classificati al concorso Martelive 2008 di Roma per la sezione Danza.
DELITTO AL CURRY
SABATO 8 AGOSTO ORE 22:00
DEGLIO FARALDI
Quando MANIA è… FOLLIA GIALLA
di Mario Bagnara
La Perla Del Tigullio Teatro
Regia: Fabrizio Lo Presti
Con: Viola Villa, Yuri D’Agostino, Fabrizio Lo Presti
Pianista: Tommaso Cosseta
Musiche: Roberto Leoncino riarrangiate da Tommaso Cosseta
Costumi: Cristina Costa
Scene: Miriam Trentalancia
Ingredienti:
Dosare con cura una maison molto esuberante... aggiungendo 50 kg di splendida bionda da urlo vittima di un atroce delitto, mescolate il tutto con due folli, svitati e maldestri investigatori, alle prese con sconvolgenti e conturbanti indagini sul caso, lasciate cuocere per circa un’ ora e pepate il composto con colonna sonora folk-merengue-punk-rock senza farvi impressionare dal colore sgargiante. Ecco sfornato il vostro: Delitto al Curry, uno spettacolo per tutti i palati...
LA PERLA DEL TIGULLIO TEATRO
Fondata e diretta da Viola Villa, porta in scena un teatro vivace e dinamico, particolarmente attento alle problematiche e alle contraddizioni dei tempi moderni. Ricerca, con ambizione, forme espressive nuove e sinestetiche che coinvolgano lo spettatore a trecentosessanta gradi e lo inseriscano in una prospettiva plurisensoriale. Avvalendosi, pertanto, non esclusivamente della parola, ma anzi ponendola in un rapporto alla pari con le altre discipline dello spettacolo (danza, canto, proiezioni cinematografiche, suono live di strumenti...) partecipa all’idea di un teatro svecchiato dalle sue forme più stantie e propone un tipo di intrattenimento new style. Obiettivo principale della Compagnia è avvicinare i giovani alla cultura teatrale sia classica che moderna, renderli partecipi di quell’ “hic et nunc” che solo la performance live può offrire e dal quale si sono sentiti per troppo tempo distanti per pregiudizi o esperienze negative.
Crea eventi teatrali anche in luoghi non specificamente deputati a rappresentazioni sceniche (Palazzo Ducale Genova, successo nazionale per la sperimentazione di teatro interattivo “Invito a cena con delittto” così come nei teatri tradizionali, ha ideato e realizzato con il patrocinio del Comune di Portofino tre edizioni del Festival Teatrale Emozioni a Portofino, diretto da Viola Villa, presso il Teatro di Portofino fondato da Giorgio Strehler).
Giunge alla direzione della XXVI edizione del Festival Internazionale di Villa Faraldi con molteplici intenti: promuovere gli splendidi lughi del faraldese, coinvolgere e formare nuovo pubblico, dare spazio ai giovani artisti attraverso workshop con grandi pedagoghi teatrali.
STUPISCIMI!
SERGEI DIAGHILEV E I BALLETTI RUSSI
- Sala delle Arti dello Sporting d'Inverno
- Villa Sauber
dal 9 luglio al 27 settembre 2009
Nel 2009 e nel 2010, tutte le istituzioni culturali del Principato celebreranno il Centenario dei Balletti Russi con eventi creati dal Nouveau Muse'e National de Monaco, ma anche dai Balletti, dall'Orchestra Filarmonica, dal "Printemps des Arts". L'esposizione del Nouveau Muse'e National de Monaco "Stupiscimi !" Serge Diaghilev e i Balletti Russi, aprirà le danze. Questa manifestazione, ricca di 260 opere legate alle Saisons Russes prodotte tra il 1909 e il 1929, e' centrata sulla personalità di Diaghilev.
Prodotta in collaborazione dal Nouveau Musée National de Monaco e la Fondazione Culturale Ekaterina di Mosca, l'esposizione "Stupiscimi !" Serge Diaghilev e i Balletti Russi verrà inaugurata nel Principato l'8 luglio 2009 a Villa Sauber e nella Sala delle Arti dello Sporting d'Inverno. L'esposizione monegasca presentata al pubblico della prossima estate viaggerà poi alla Galleria di StatoTretiakov di Mosca dal 27 ottobre 2009 al 24 gennaio 2010.
Stupiscimi !"
" (...) Ero in quell'età assurda in cui ci si crede poeti e avvertivo in Diaghilev un'educata resistenza. Lo interrogai: "Stupiscimi, mi rispose, aspettero' che tu mi stupisca". Quella frase mi salvo' da una carriera piena di brio. Capii molto presto che non si stupisce un Diaghilev in quindici giorni. Da quel momento in poi, decisi di morire e di rivivere (...)"
Jean COCTEAU - Lettera del 1939
Nel maggio 1909, Sergei Diaghilev rivoluziono' il mondo della danza con le prime rappresentazioni dei Balletti Russi al Châtelet di Parigi, combinando vitalità, grazia, orginalità e virtuosità. Le magistrali produzioni di Diaghilev degli anni 1910 a 1920 impegnarono i piu' grandi ballerini, coreografi, artisti e compositori quali Nijinski, PavIova, Fokine, Massine, Bakst, Picasso, Gontcharova, Stravinsky e Satie.
L'Esposizione del Nouveau Musée National de Monaco riunisce 260 opere provenienti da collezioni pubbliche e private internazionali che ruotano intorno alla personalità di Diaghilev e degli artisti con i quali egli ha lavorato. Essa ha anche l'ambizione di valorizzare le creazioni dei Balletti russi a Montecarlo, specialmente Narcisse, La Chatte, Le Train Bleu.
Nella cornice della Villa Sauber, l'esposizione riunirà un insieme di dipinti, disegni preparatori e modellini di scenari, costumi come pure documenti d'archivio scritti a mano o sonori che datano degli anni 1909 a 1929. Queste opere provengono da collezioni europee, russe e nordamericane.
Inoltre, grazie all'ausilio del Gruppo Monte Carlo SBM, la sontuosa Sala delle Arti dello Sporting d'Inverno di Monaco sarà anch'essa associata a tale avvenimento presentando il telone .
Partecipano al progetto importanti istituzioni, come il Museo di Belle Arti di San Francisco, il Museo della Contea di Los Angeles, la Galleria Statale Tretjakov di Mosca, il Museo Statale del Teatro e della Musica Glinka di San Pietroburgo ed ancora il Victoria and Albert Museum di Londra.
La direzione scientifica e' stata affidata a John E.Bowlt (professore presso l'Università della California del Sud, Los Angeles) e a Zelfira Tregulova (vice direttrice dei Musei del Cremlino di Mosca) e commissario dell'esposizione e' Nathalie Rosticher Giordano, Conservatore del Nouveau Muse'e National de Monaco.
La regia intimista di Villa Sauber e' a cura di Pierre Passebon.
Serge Diaghilev (1872 - 1929)
Erede di una famiglia aristocratica modestamente titolata, educato in un ambiente che praticava la musica, imparo' il pianoforte e si avvicino' all'arte della lirica. Continuo' gli studi di giurisprudenza a San Pietroburgo dal 1890 al 1894 ma nel contempo fu anche allievo di Rimski-Korsakov al Conservatorio; poi, rinunciando alle proprie ambizioni di compositore e di cantante, si volse verso le arti plastiche. Fin da quell'epoca frequento' Alexandre Benois e Le'on Bakst, divenne critico e organizzo' esposizioni in Russia. Nel 1898 fondo' la rivista Mir Iskousstva "Il mondo dell'arte", che fu pubblicato fino al 1904, e nella quale egli difese la pittura impressionista e post impressionista, facendo anche riscoprire il patrimonio pittorico russo. Nel 1900 ebbe la nomina a " incaricato di missione speciale" presso il Principe Volkonski, direttore dei teatri imperiali. Venne cosi' a pubblicare l'Annuario di quei teatri, e si prodigo' a riformare gli spettacoli di balletti, la qual cosa gli valse pero', l'anno seguente, di esser destituito dal proprio incarico proprio mentre stava progettando di mettere in scena il balletto "Sylvia".
Si dedico' allora a promuovere in Occidente quanto di meglio c'era nell'arte russa, fino ad allora poco nota fuori della Russia. Presento' cosi' una mostra di dipinti (1906, Salone d'autunno a Parigi e Berlino), organizzo' cinque concerti (1907) e produsse l'opera Boris Godounov di M. Moussorgski, con il cantante Fedor Chaliapine in veste di protagonista (1908, Ope'ra di Parigi). Nel 1909 mise in scena la prima stagione dei Balletti Russi al Teatro Chátelet. Da quel successo nacque nel 1911 una compagnia regolare che egli diresse con passione fino alla morte, attento a rinnovarne senza sosta la formula. Non tenendo conto delle convenzioni, si rivolse a compositori non specialisti di musica per balletti e a pittori che non fossero decoratori teatrali, dando cosi' luogo ad uno spettacolo -d'arte totale". Preferendo opere brevi ai grandi balletti in piu' atti, invento' la "serata di danza" e ne affido' la realizzazione a coreografi che sconvolsero gli schemi ereditati dall'Ottocento: Michel Fokine, Vaslav Nijinski, Le'onide Massine, Bronislava Nijinska e George Balanchine.
Fra scandali e trionfi, i Balletti Russi, occuparono per 20 anni le piu' grandi scene, tenendo il pubblico col fiato sospeso con il costante rinnovo dei temi e degli stili di quegli spettacoli, che celebravano Serge Diaghilev come un promotore della modernità che partecipo' allo sbocciare della danza in Europa e nel mondo.
L'esposizione sarà corredata da un catalogo largamente illustrato, al quale hanno partecipato specialisti della storia dei Balletti Russi e delle arti visive quali Alexandre Schouvaloff, Nicoletta Misler, Jean Claude Marcade', Lynn Garafola, Olga Brezgin, Elena Fedosova, Evgeniia Iliukhina, Vadim Gaevskii, Sjeng Scheijen. L'opera verrà pubblicata in francese, russo ed inglese, edizioni Skira (prezzo al pubblico: 39 Euro).

43mo FESTIVAL TEATRALE DI BORGIO VEREZZI
10 luglio - 11 agosto 2009
La rassegna borgese, quest’anno, contrariamente all’abitudine di dedicarla a un attore del passato, è dedicata a una città: a Napoli e alla sua cultura; numerosi infatti gli spettacoli che omaggiano la città partenopea presenti in cartellone.
Si inaugura il 10 luglio (e a seguire 11 e 12) con il classico per eccellenza, l’AMLETO, per la prima volta sul palcoscenico di Borgio Verezzi, qui in un allestimento affidato a giovani ma provetti attori come Maximilian Nisi e Maria Letizia Gorga, affiancati da Paolo Rozzi, Carlo Properzi Curti, Anna Zago, Aristide Genovese, insieme agli allievi dell’Accademia Veneta dello Spettacolo di Vicenza; la regia è di Piergiorgio Piccoli.
Si tratta di una ripresa del capolavoro shakespeariano, in cui grande evidenza avranno alcuni sonetti d’amore, di cui quest’anno cadono i quattrocento anni dalla pubblicazione, per l’occasione rimusicati da Pierangelo Valtinoni e eseguiti dalla bella voce di Maria Letizia Gorga. Un cameo a parte è poi la presenza registrata di Glauco Mauri che dà voce dello spettro.
Il 16, 17 e 18 luglio, è invece la volta di MUSICANTI. Sonata per Cosimina, di Massimo Venturiello e Tosca, un’opera ispirata alla canzone Il terzo fuochista, presentata due anni orsono al festival di Sanremo dalla cantante con grande successo. MUSICANTI è uno spettacolo-concerto in cui drammaturgia, musiche e canti di varia provenienza danno vita a una festa lontana, di altri tempi, una festa religiosa italiana e, nel contempo, di tutto il bacino mediterraneo, in cui sacro e profano si mescolano, esorcizzando la morte, aggregando, eccitando, commuovendo. Uno spettacolo che narra la storia semplice di una vita, quella di Cosimina, donna di paese e di campagna, nata, cresciuta e vissuta in una realtà di tanti anni fa, portatrice di un ‘segreto’ che l’accompagnerà per sempre. Tosca e Massimo Venturiello, entrambi in scena con una piccola banda, come in una ininterrotta processione narrativa e musicale, canteranno e reciteranno, in un gioco di alternanze e trasformazioni, inseguendo quell’ antica emozione, che Cosimina provò quando, ancora bambina, per la prima volta vide un cielo di colori infiniti‘ che nel silenzio vennero giù’.
A seguire, il 23-24-25 luglio è la volta di una delle commedie più note di Carlo Goldoni, anch’essa in prima nazionale, ovvero LA BOTTEGA DEL CAFFE’, una coproduzione tra la Compagnia Gank, il Teatro Stabile di Genova e il festival di Borgio Verezzi.
In scena, oltre a Antonio Zavatteri, che firma anche la regia, Alberto Giusta, Lisa Galantini, Massimo Brizi, Filippo Dini, Alessia Giuliani, Maurizio Lastrico, Aldo Ottobrino, Alex Sassatelli e Mariella Speranza.
Ne LA BOTTEGA DEL CAFFE’ il commediografo veneziano disegna una piazzetta dove fa vivere tre botteghe, “quella di mezzo ad uso di caffè; quella alla diritta, di parrucchiere e barbiere; quella alla sinistra ad uso di giuoco, o sia di biscazza” e vari meravigliosi personaggi, avventori, gestori delle attività, giocatori, caratteri universali, umani, verosimili e forse veri.
Come sostiene lo stesso Goldoni nelle sue Memorie, la sua intenzione non era di rappresentare una vicenda ben precisa, ma di ‘raccontare’ una piazzetta di Venezia e la vita delle persone che vi gravitavano intorno. Ecco quindi che la scena non è altro che uno scorcio di realtà portato in teatro. Vizi, colpe, virtù e passioni muovono e animano le creature che popolano la piazzetta, racchiudendo in un unico sguardo ingenuità e malvagità, speranze e furore.
La Compagnia Gank, dopo aver affrontato lo scorso anno La scelta del Mazziere di Patrick Marber in cui, in una simile ambientazione - un ristorante -, personaggi che ricordano quelli descritti da Goldoni “lottano” fra loro, ha deciso di misurarsi con il parallelo settecentesco, ponendosi come sfida il reinventare quella piazza, quelle botteghe e quelle anime cercando di rifuggire le forme stereotipate della commedia settecentesca ma tenendo conto dell’imprescindibile arte e leggerezza goldoniana.
E’ poi un testo di Eduardo De Filippo e Armando Curcio, ad approdare il 29, 30 e 31 luglio in Piazza Sant’Agostino: LA FORTUNA CON LA EFFE MAIUSCOLA interpretata da Luigi De Filippo insieme alla sua compagnia formata da 10 attori. La regia è dello stesso Luigi De Filippo.
LA FORTUNA CON LA EFFE MAIUSCOLA, è quella inattesa che capita al protagonista della commedia, un pover’uomo perseguitato da un destino avverso e beffardo, e che vede all’improvviso illuminare la sua vita misera dall’arrivo di un’eredità che gli giunge da parte di un parente anni prima emigrato in America. Eredità che, però, ha il vincolo di spettare per intero al poveretto solo se lui non avrà figli. Se il figlio c’è, tutta la ricca eredità andrà al ragazzo. Purtroppo il pover’uomo, che dell’eredità tutto ignorava, un figlio ce l’ha. Lo ha appena riconosciuto, costretto dalla miseria, in cambio di un modesto compenso che lo aiuterà a liberarsi dai debiti.
Luigi De Filippo ripropone questa divertente commedia - nel 1942 fu uno dei più clamorosi successi del Teatro Umoristico dei celebri fratelli De Filippo -, in una personale e umanissima interpretazione che mette in risalto una delle caratteristiche più preziose del teatro dei De Filippo: l’amaro umorismo. Umorismo che rappresenta la parte agra, la parte dolorosa della comicità; quella comicità sempre attuale, tutta napoletana, che, sorridendo, ci racconta la fatica di vivere.
L’appuntamento seguente, il 3, 4, 5 agosto, è con CHINESE COFFEE, di Ira Lewis, nell’interpretazione di Paolo Sassanelli e Max Malatesta, per la regia di Pier Paolo Sepe. La produzione è del Nuovo Teatro Nuovo di Napoli insieme al Festival Teatrale di Borgio Verezzi.
CHINESE COFFEE narra di una notte newyorkese in cui un romanziere combattivo ma squattrinato, Harry, e il suo migliore amico, un fotografo fallito, Jake, discutono ferocemente su successo, amore, fallimento e valore artistico.
Harry ha appena terminato il suo ultimo romanzo e vuole un parere dell'amico. Jake dapprima nega di averlo letto, poi ammette di trovarlo un fine e ben camuffato racconto degli amori e dei fallimenti delle loro vite, infine, accecato dalla gelosia, cercherà di distruggere le possibilità di ascesa dell'amico.
Il testo di Ira Lewis, portato in scena nei primi anni ’90 da Al Pacino nei teatri dell’off-Broadway, nel 2000 divenne un film diretto e prodotto dallo stesso Al Pacino; il film, nonostante il buon successo ottenuto all’interno di festival cinematografici, tra cui il Tribeca Film Festival di New York, dove ottenne un’autentica ovazione, e, più recentemente, il Festival del Cinema di Roma del 2008, non potendo contare su una distribuzione capillare, non è mai giunto nelle sale cinematografiche.
Il penultimo spettacolo, in scena l’ 8, 9 e 10 agosto, è una commedia di Marina Confalone, Luciano Salterelli e Roberto Azzurro: SAM CAPUOZZO, con Marina Confalone e Roberto Azzurro. La regia è della stessa Confalone.
Ennesima incursione nel tessuto e nella comicità partenopea, SAM CAPUOZZO, è una sorta di giallo comico napoletano e narra la storia di una singolare detective, Samantha Capuozzo, detta Sam, alle prese con un caso che le cambierà la vita. Il personaggio tratteggiato da Confalone, Saltarelli, Azzurro è quello di una donna a suo modo ‘selvaggia’, fuori dalle convenzioni, pronta a tutto pur di ottenere ciò che desidera, soprattutto nella sfera privata dove il libertinaggio sembra essere la cifra distintiva, ma dove, inaspettatamente, nel corso di un’indagine apparentemente di routine, insieme a ad alcuni omicidi incontrerà l’amore, quell’amore vero che ha sempre sfuggito e irriso.
Una commedia ironica e frizzante, ambientata negli anni ’70 e sostenuta da una colonna sonora d’eccezione: le musiche infatti sono di ELIO E LE STORIE TESE.
A chiudere in bellezza il 43mo Festival di Borgio Verezzi è Toni Servillo, l’11 agosto, in LETTURE NAPOLETANE, un reading costruito su testi di alcuni fra i più importanti autori della città. Con Toni Servillo è infatti protagonista Napoli, città dai mille volti, ricca di contraddizioni, di disperazione e insieme di vitalità, così come raccontano Salvatore Di Giacomo in Lassammo fa' Dio, Raffaele Viviani in Fravecature, Eduardo De Filippo in Vincenzo De Pretore, fino alla voce contemporanea di Litoranea di Enzo Moscato, con il suo dialetto colto e allusivo.
Il risultato è una fuga dalle icone più consunte della napoletanità ma insieme un bisogno perentorio di non rinunciare all'identità sedimentata da quattro secoli di letteratura.
Il Direttore artistico, Stefano Delfino, nel presentare il Festival, si è soffermato su alcuni punti che hanno portato alla definizione del cartellone “Abbiamo scelto di dedicare quest’edizione del Festival a Napoli e alla sua cultura per aiutare a ricordare che la città campana è una fucina di talenti e di pensieri, di tradizioni e novità e che proprio questi aspetti meritano di essere ricordati e sottolineati. In più Napoli ospiterà nel 2013 il Forum universale delle Culture, una manifestazione di prestigio che si propone di affrontare a livello internazionale l’incrocio di popoli e culture in tempi di globalizzazione, e questo ci è parso un buon motivo per ‘affiancarci’ a Napoli.
In più quest’anno la scelta è stata quella di cercare di costruire un cartellone all’insegna della coralità attraverso testi e compagnie in cui il risultato fosse dato dal lavoro collettivo, più che dall’emergere del singolo protagonista. Una scelta forse controcorrente in tempi di crisi, ma che abbiamo ritenuto necessaria, proprio per offrire chiaro un messaggio di collaborazione, di condivisione delle difficoltà, di forza data dalla vicinanza”.
LES RENCONTRES D'ARLES
07 juil. - 13 sept. 2009
40 ans de Rencontres,40 ans de ruptures
Par François Hébel, directeur des Rencontres d’Arles:
Pour célébrer 40 ans de cette fragile aventure, on rêverait de convier tous ceux qui sont généreusement venus présenter leur travail. Toutefois il n’est pas sûr que l’entreprise nostalgique et glorifiante sied trop aux Rencontres dont l’histoire est faite de créations en cours, de photographes repoussant les limites de l’image fixe, de moments de passage incertains. Cette histoire-là n’a jamais été aussi foisonnante.
Il était néanmoins tentant de réunir quelques amis qui ont permis cette aventure ; le programme 2009 repose sur deux catégories.
40 ans de Rencontres réunit les directeurs artistiques qui ont permis à cette formule de s’inventer au fil de l’eau, célèbre le talent de Robert Delpire qui accompagne tant d’artistes dans leur création et a inventé tant d’outils pour la diffuser au public et rend hommage au doyen de nos visiteurs photographes Willy Ronis, qui à 99 ans, proclame son attachement à Arles.
40 ans de ruptures expose des photographes dont le travail a créé le débat lors de leur présentation à Arles en s’éloignant des académismes de leur époque. Au premier rang d’entre eux Duane Michals qui présente une rétrospective et Nan Goldin dont la Ballad of Sexual Dependency a tant marqué les Rencontres et qui a la gentillesse d’inviter à son tour ses amis photographes.
Rupture aussi avec l’exposition Without sanctuary qui montre à travers cette collection tragique du Center for Civic and Human RIghts d’Atlanta, le chemin parcouru avec l’élection de Barack Obama depuis l’époque, pas si lointaine, où les photographes du sud des États-Unis éditaient des cartes postales pour se vanter du lynchage d’hommes et de femmes afro-américains.
Combien sont-ils, ceux qui en 1970, ont cru à cette aventure, quand à l’époque des stages de macramé, de poterie, de méditation, Lucien Clergue importa des États-Unis les stages de photographie.
Noyautant le festival généraliste, imprégné des fêtes de la tradition arlésienne, puis forcé de créer une structure autonome, sans lieux ni réel budget, avec l’aide essentielle de Jean-Maurice Rouquette et la caution précieuse de Michel Tournier, Lucien affirme une vision.
Il devine le rôle central que prend la photographie et il veut briser la solitude du photographe en créant une communauté d’échanges. Lucien aime la photographie, il aime les arts, mais plus que tout, il aime les artistes.
Cette différence essentielle définit pour toujours pourquoi les Rencontres sont uniques. Dans une époque où souvent les commissaires d’expositions admirent l’œuvre mais redoutent l’artiste, le mot «rencontres » enrichit celui d’exposition.
[...]
L’avenir passe par l’accueil d’un public en croissance rapide qui séjourne plus longtemps, fait nouveau, afin de s’imprégner de la diversité des programmes proposés.
L’avenir passe aussi par cette autre spécificité arlésienne, rare institution où le programme n’est pas dans les mains d’un seul directeur artistique, mais qui sollicite l’expertise de commissaires venus du monde entier pour créer à Arles des expositions produites spécialement.
Grâce à la Fondation LUMA le réaménagement du Parc des Ateliers va faire franchir une étape dans la présentation des expositions notamment. À titre de préfiguration de ces activités LUMA invite l’artiste Roni Horn à exposer un projet photographique inédit.
Enfin, l’avenir passe par les activités pédagogiques comme les stages renouvelés, les colloques, débats et la rentrée scolaire en images qui est plébiscitée par le milieu enseignant.
Les partenaires privés des Rencontres, SFR, la Fnac, Olympus, Hermès…renouvèlent leur fidélité malgré les temps difficiles.
Le programme 2009 est le fruit du travail d’équipes désormais stables et rodées, qui accomplissent chaque année le tour de force de livrer 60 expositions et de nombreux événements dans la plus grande économie de moyens. »

IL NUOVO MUSEO DEL SANTUARIO DI SAVONA
E' stato inaugurato venerdì 3 luglio il rinnovato Museo del Santuario di N.S. di Misericordia di Savona. A differenza dell’antico Museo del Tesoro, il nuovo progetto voluto da Opere Sociali e realizzato, sotto l’egida delle Soprintendenze, grazie soprattutto all’intervento della Regione Liguria, col sostegno della Fondazione De Mari e il patrimonio del Comune di Savona, racconterà attraverso gli oggetti esposti e che coprono i secoli che vanno dal XVI ai giorni nostri la storia dell’evoluzione delle forme di devozione alla Vergine di Misericordia. Alle sale dell’ex Museo del Tesoro si aggiunge infatti oggi la Sala Peluzzi (inaugurata nell’estate 2008) che, all’interno del Museo del Santuario, costituirà la sezione novecentesca, raccontando sia l’evolversi del territorio che il mutare delle forme di devozione alla Madonna.
Per le sale ristrutturate dallo Studio Gabbaria Mistrangelo, infatti, la storica dell’arte Madga Tassinari, ha pensato ad un ordinamento cronologico (il precedente ordinamento del Museo del Tesoro pensato da Pasquale Rotondi ed improntato a criteri estremamente moderni per l’epoca, era invece tipologico) all’interno del quale sono poi raggruppati per tipologia alcuni oggetti che sono in grado di restituire al visitatore il senso del legame spirituale tra i devoti e la Madonna, come soprattutto gli ex voto tra i quali figurerà anche uno degli splendidi galeoni prima appesi alla volta della chiesa e appena restaurato,.
Accanto a quadri, tessuti, oggetti sacri, paramenti, sarà esposta nella cella del tesoro anche il ricco patrimonio di gioielli donati alla Madonna nel corso dei secoli.
Per sottolineare quest’evento che rappresenta un momento storico per la città di Savona alla quale viene restituito uno spazio espositivo particolarmente caro, la Presidente di Opere Sociali, Donatella Ramello, ha voluto dare vita ad una giornata di riflessione sul senso del legame col territorio del Santuario in generale e con la Madonna di Misericordia in particolare. «Mentre per l’apertura della Sala Peluzzi avevamo organizzato una grande festa di piazza con un intrattenimento musicale, in questo caso abbiamo voluto sottolineare soprattutto l’aspetto culturale dell’apertura del Museo che deve diventare uno dei poli di attrazione della città anche per il turismo ma soprattutto per il turismo culturale. Per questo, abbiamo costruito intorno all’inaugurazione un piccolo pomeriggio di studi incentrato su un tema monografico, il legame della famiglia Savoia con la Madonna di Misericordia».
Il Museo del Santuario potrà essere visitato gratuitamente fino a settembre il sabato e la domenica dalle ore 10,30 alle 12,30 e dalle ore 16 alle 19.

UTO UGHI APRE IL FESTIVAL DI CERVO
Sagrato Chiesa dei Corallini - Cervo
4 luglio 2009, h. 21:30
Si passerà dalle splendide musiche di Mozart, Kreisler-Pugnani, Bazzini e Dvorak ai concerti di Vivaldi e Mendelssohn, che avranno tutti come scenario uno dei borghi più suggestivi d’Italia, il borgo di Cervo. Questo il programma del primo concerto del 46esimo Festival Internazionale di Musica da Camera di Cervo, rassegna musicale che è ormai un appuntamento fisso per turisti e amanti della musica, che numerosi affollano sempre Piazza San Giovanni rivolti verso il palco costituito dal sagrato della Chiesa dei Corallini. E su questo palco sabato 4 luglio torna a fare gli onori di casa il Maestro Uto Ughi. Ughi ha con il Festival un rapporto speciale: il primo a suonare sul palco su cui Ughi tornerà quest’anno con i Filarmonici di Roma fu il Maestro Sandor Vegh, ungherese di nascita e di formazione. Solista di fama internazionale, componente e fondatore di vari complessi di musica da camera nonché prestigioso direttore d' orchestra al Mozarteum, Vegh fu anche maestro di Ughi, che onora il Festival di Cervo con la sua nona presenza (1978, ’81, ’92, ’94, ’99, 2001, ’05, ’08 e ovviamente quest’anno).
Il festival prevede 10 concerti, a partire dal 4 luglio e fino al 25 agosto, che si svolgeranno tutti sul sagrato della Chiesa dei Corallini con inizio alle ore 21.30.
MARTHA NIEUWENHUIJS
TRA L'ANIMA E L'ANIMALE
Eleutheros
Via Colombo 23 - Albissola Marina
Studio Fontana
Pozzo Garitta - Albissola Marina
dal 4 al 28 luglio 2009
…Dall’Olanda alla Danimarca, dalla Francia alla Svizzera e poi ad Albissola, con rientri ciclici nella sua casa parigina: questo è l’itinerario giovanile di Martha Nieuwenhuijs prima di giungere nel 1966 a Torino, dove attualmente vive e lavora. Una vita errante, uno spostamento continuo, quasi fosse il conseguente riflesso esistenziale della trasferibilità e volubilità della struttura urbana, teorizzata nella New Babylon proprio dal padre di Martha, Constant Nieuwenhuys. Figura centrale e carismatica non solo per la formazione umana ed artistica di Martha, ma per tutta una schiera di intellettuali ed architetti che si sono nutriti del suo Urbanismo Unitario.
È seguendo la vita errante del suo secondo padre, Asger Jorn, artista danese invitato in Italia dall’amico Enrico Baj, che Martha giunge a metà degli anni ‘50 ad Albissola all’età di otto anni.
Pozzo Garitta, dove la famiglia viene ospitata nello studio di Lucio Fontana, e l’orizzonte marino sono i suoi primi ricordi.
…Siffatto ambiente, intellettualmente ed artisticamente stimolante, qui fugacemente indicato, rappresenterà per Martha la sua preistoria artistica e culturale che le fornirà le basi per una solida consapevolezza critico-teorica, alla quale andrà unendosi negli anni un’operatività innovativa e sperimentale, saldata a certi valori estetico-pittorici chiaramente leggibili in tutte le varie fasi delle sua ricerca: dalla Fiber Art ai gioielli-scultura, dalla Shared Art ai Libri d’artista, dall’arte improvvisata alla mail art.
…Viaggiare sulla tela o viaggiare intorno al mondo desta in Martha lo stesso sentimento di stupore. Ecco spiegata, forse, la meraviglia che emanano i volti dei suoi personaggi trasognanti, melanconici ed interroganti. All’immaterialità degli sguardi si contrappone la gestualità espressiva di grandi mani da homo faber che più d’ogni discorso ci dicono qualcosa sul valore che per l’artista assume il fare. Un fare, il suo, mentale ed artigianale, nel quale si identificano arte, vita e procedimento pittorico. Libera dalle logore e sterili categorie oppositive (astratto-figurativo, avanguardia-postavanguardia, moderno-postmoderno), attraverso la sua pittura-poesia, Martha dischiude al nostro sguardo il suo abbraccio verso il mondo e l’opera intesa come luogo dell’anima e ci indica, infine, la possibilità di equilibrio tra sentire, pensare e fare l’arte, oltre l’aporìa postmoderna.
Oggi, come per incanto e a distanza di cinquant’anni, il suo abbraccio e la sua pittura-poesia giungono ad Albissola, luogo che per Martha significa un ritorno alle origini, a quella memoria primaria dell’infanzia e della prima giovinezza che, sebbene silenziosamente sedimentata nella psiche, plasma il carattere e forse anche il destino di ciascun’anima. Ospitate nello studio di Lucio Fontana, che fu la prima e provvisoria abitazione di Martha ad Albissola, le sue opere continuano a raccontarci del tempo che passa in un serrato e malinconico dialogo tra l’anima e l’alterità animale.
Giuseppe De Filippo